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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"Free Bird Livin’ on the Edge"





Era il 2001.

Mese di Ottobre.

Nonostante il mondo intorno fosse ingabbiato nella paura, io mi sentivo in modalità “Free Bird”.

Uccel di bosco pieno di vita e voglia di riscatto a zonzo per il continente antico e tribale dell’Africa.

Un viaggio di mesi in solitaria e con poca fantasia di ritornare.

Una fuga per festeggiare la fine di una storia lunga sette anni. Manuela. La prima di una serie di Manuele con cui non sono andato d’accordo. Probabilmente è il nome, le Manuele e i Roberti sono male assortiti. O forse sono io a non funzionare come si conviene nei canoni tradizionali. All’epoca ero poco più che un’idealista ventiquattrenne nemmeno con tutta la barba finita. La responsabilità di un legame serio e definitivo senza aver conosciuto il mondo mi fece sentire sopraffatto e se quella era una prerogativa da trovargli posto per poter stare in coppia allora io la rifiutai, non volevo esserne capace e nella mia totale ignoranza su come ruotasse il mondo decisi che non ero tagliato per quel genere di scelte. Consapevolezza giunta appena ne fui fuori. Difatti, passarono molti anni prima di rientrare in abbinamento. Avevo le aspettative deluse ed ero determinato nel voler vedere tutta la tana del bianconiglio. Quindi, a discapito del terrore che aleggiava nel mondo…partii. Solo, con la mia amante preferita. Io e la musica.

Quello che mi ero lasciato alle spalle era un mondo intossicato marcio. E una gabbia.

Per molti anni non mi sembrò vero di esserne davvero uscito.

“Io non temo la morte, mio signore. Io temo la gabbia.” (citazione che mi svegliò.)

Da piccolo volevo fare l’astronauta e crescendo rimasi deluso perché non avevo assistito a nessuna “Odissea nello Spazio”. La realtà era molto più brutale e drammatica. L’11 settembre 2001 due aerei di linea si schiantarono contro le Twin Towers di New York, provocando il crollo dei grattacieli e la morte di circa 3000 persone. Si trattò del più grande attentato terroristico della storia. Io lo vidi nel notiziario in televisione a casa di PJ, la mia amica grunge dell’epoca…

Né l‘amore libero degli hippies, nemmeno “Immagine” di Lennon, il Rock di ribellione e tantomeno la disperazione del Grunge erano riusciti a scalfire il paradigma del terrore e delle atrocità che l’essere umano stava concedendosi.

Io e PJ ci guardammo muti e spenti perché a prescindere da considerazioni politiche, sociali ed economiche, al di là delle dietrologie e varie “teorie del complotto”, quel che era certo era che l’immensa portata dell’evento ci avrebbe condizionato per decenni. Il 21esimo secolo mostrò subito il suo volto più feroce e sanguinario. L’11 settembre è tuttora il maggiore esempio della “Black Swan Theory”, metafora che definisce un evento che costituisce un’assoluta sorpresa per l’osservatore, le cui probabilità non sono neppure calcolate prima che questo accada, ma che sia in grado di cambiare il flusso storico. Nel 2001 successe anche altro. In Italia, per esempio, fu l’anno delle elezioni politiche: stravinse la Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi, dopo una campagna elettorale fra le più infuocate di sempre, ricordo con nostalgia le voci di Travaglio, Luttazzi e Santoro e la satira dei fratelli Guzzanti. Il Cavaliere rimase premier fino al 2006. Sempre nella Penisola, il G8 di Genova si rivelò summit tutt’altro che pacifico: uccisero un giovane manifestante, Carlo Giuliani e ne torturarono tanti altri; era dai tempi degli opposti estremismi che le manifestazioni a sfondo politico non producevano morte. Io mi sentivo davvero perso e in balia degli eventi. Nemmeno il mio piccolo paese sembrava immune a “co tanta” pazzia. Volevo fuggire e la musica era l’unico portale sicuro. Nel mondo esplose il caso della “mucca pazza“, l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic fu estradato al tribunale de L’Aia e gli Stati Uniti si rifiutarono di ratificare il Protocollo di Kyoto. Avevo pochi spunti di confronto. I miei coetanei erano perlopiù felici perché nel calcio italiano continuava il periodo felice per le squadre romane: dopo la vittoria della Lazio nel 2000, fu la volta della Roma di Totti, che conquistò il terzo scudetto della sua storia. A me non faceva né caldo né freddo. Internet vide la messa online di Wikipedia, mentre una sentenza stabilì che il sito Napster(sito di musica gratuita e fruibile attraverso download)doveva cessare l’attività e divenne una piattaforma a pagamento, ma la strada era ormai segnata. Apparivano sempre più luoghi in cui scaricare illegalmente musica gratis sul web e il 2001 fu anche l’anno del lancio sul mercato della prima generazione di iPod, che rivoluzionò radicalmente la fruizione musicale.

Intanto, il mainstream internazionale vedeva la prevalenza del Pop a discapito del Rock. Roba da mettersi a lutto perenne. Furono soprattutto le interpreti femminili a conquistare enormi consensi e vendere tonnellate di dischi:

Jennifer Lopez, Kylie Minogue e Shakira monopolizzarono le chart di mezzo mondo, mentre il neo soul di Alicia Keys e Macy Gray esplose definitivamente negli States.

L’area più “sperimentale” fu occupata dalle band inglesi. Muse e Radiohead in prima fila, ma anche l’islandese Björk pubblicò un lavoro di ottima fattura. Si affermarono pure i Gorillaz, prima “virtual band” della storia.

L’affollato panorama alternative rock registrò le affermazioni sempre più imponenti del post – grunge, con il botto mostruoso dei Nickelback, la conferma dei Creed e l’emergere di Puddle Of Mudd e Staind. In realtà, questi ultimi pescavano qualche leggera influenza dal Nu Metal, ancora una volta padrone dell’overground più duro: System Of A Down e Slipknot erano gli indiscussi protagonisti dell’annata per il ‘nuovo metallo’, ma facevano benissimo anche P.O.D. e Drowning Pool. Da segnalare però anche la rinascita su larga scala del garage rock, attraverso le diversissime esperienze di White Stripes e Strokes, l’emergere del “new acoustic movement” guidato dai norvegesi Kings Of Convenience, il consolidamento del successo per il progressive metal obliquo e psichedelico dei Tool e, in ambito estremo, le botte post – hardcore/post – metal rifilate da Converge e Neurosis. Eppure nonostante famelico di tutta questa varietà musicale io mi stavo girando l’Africa con tutto il meglio degli anni 70 e 80 nel mio nuovissimo e portatile iPod.

Led Zeppelin, Queen, Creedence Clearwater Revival, James Brown, Ac/Dc, Metallica, Iron Maiden, Bowie, Stones e Doors, Red Hot Chili Pepper e poi immancabili Aerosmith e Lynyrd Skynyrd. Ascoltavo con ripetizione ossessiva Free Bird e Livin’ on the edge.

Free Bird è dedicato alla scomparsa di Duane Allman, chitarrista della The Allman Brothers Band. “Se ti lasciassi domani, ti ricorderesti ancora di me? Perché devo mettermi in viaggio adesso perché ci sono troppo posti che devo vedere.” Il pezzo aveva l’energia e la passione romantica dell’addio e della forza ancor più grande del rimanere e poi la voce e il momento di assolo erano memorabile. Mitici Lynyrd Skynyrd!!!!

Curioso come poi ritrovai, a distanza di tempo, essere la canzone preferita della mia donna.

L’altro pezzo era Livin’ on the edge, un manifesto generazionale, vivere al limite della sconsideratezza. “C'è qualcosa che non va col mondo oggi. Non so cosa sia. Qualcosa non va con i nostri occhi.” Una Carica pazzesca in stile Aerosmith.

Aerosmith e Lynyrd Skynyrd.

Proprio questi leggendari gruppi furono l’oggetto del mio dubbio esistenziale e Amletico nella pista dell’aeroporto arso di caldo della città di Mombasa, in Kenya. Era ottobre, non ricordo il giorno ma era passato il mio compleanno quindi era un giorno dopo la metà del mese. Le ventole che tentavano di riscaldare la sala di attesa giravano a più non posso peggiorando la situazione e stravaccato su scomode poltrone di plastica a file gialle e blu c’ero io.

Un giovane viaggiatore dalla barba incompleta, Ray Ban a goccia, all’apparenza inesperto e distaccato anni luce dal momento presente. Anestetizzato dal caldo e dalla musica in cuffia, attendevo la mia sorte per prendere un volo interno con direzione aeroporto di Antananarivo, Madagascar. Erano sette ore che di questo volo non si sapeva nulla. I tempi africani sono secondi solo a quelli indiani. Avevo deciso di proseguire il mio viaggio verso quella destinazione e avevo affittato una stanza proprio nei pressi dell’aeroporto di Antananarivo per poi proseguire riposato verso Allée des Baobabs sulla surreale Route Nationale 8 costeggiata da Baobab alti 30 metri. Lì, speravo nella folgorazione come Saulo sulla via di Damasco di ricevere nuovi occhi. Invece stavo ripassando nell’attesa tutta la storia del Rock americano rimbalzando nella dicotomia del calore emotivo del Southern Rock dei Lynyrd Skynyrd e l’Hard Rock sensuale dei Bostoniani Aerosmith. Passavo da un brano all’altro alla ricerca di una direzione. In quel torpore di note e calore mi assopii nelle gialle panchine di plastica scomode dell’aeroporto di Mombasa. Mi sveglia nel sogno. Mi capitava e mi accade ancora quando dormo in posti improbabili.

Feci uno sogno lucido unificato dalla musica che ancora scorreva dall’Ipod alla mia coscienza. Dapprima vennero da me il “Toxic duo” di Steven Tyler e Joe Perry che nel sogno mi cantavano e suonavano dinanzi, seguiti da un triste e silenzioso Ronnie Van Zant in maglia nera, cappello a falda larga con fascia di pelle di serpente che mi esortava a rimanere fermo. Mi tratteneva con la sua mano pesantissima sulla spalla e mi zittiva ogni domanda.

Un sogno molto strano sennonché quando mi ripresi l’iPod si era spento e una donna cercava di informarmi che il volo era finalmente pronto al decollo.

Forse è capitato anche a voi di muovervi nel torpore di un risveglio non troppo nitido e così mi avviai in quello stato trascinando la sacca che avevo a seguito.

Solo giunto all’esterno compresi.

L’aereo che stavo per prendere era un charter, un aereo bimotore Convair Cv-300. Lo osservai bene mentre attraversavo la pista per salire sulle strette scalette che mi avrebbero messo a bordo di quella gabbia. La sua carlinga era logora e grigia. Non ispirava per niente fiducia. Quel maledetto era lo stesso modello che anni prima aveva stravolto il Rock e aveva ucciso proprio una delle due band che mi stavano accompagnando nel mio viaggio.

Aerosmith e Lynyrd Skynyrd.

Come mai un esemplare del genere era ancora in circolazione? E come mai stavo per salirci proprio io?

Il 20 ottobre 1977 un aereo bimotore Convair CV-300 si schiantò nello stato americano del Mississippi, quando il suo volo dal South Carolina alla Louisiana era quasi concluso, il carburante finì inaspettatamente e i piloti non riuscirono a fare un atterraggio d’emergenza. L’aereo cadde in un bosco causando la morte di sei delle ventisei persone a bordo. Una di loro era Ronnie Van Zant, cantante e leader della band Southern Rock dei Lynyrd Skynyrd, che era all’apice della sua popolarità e la cui canzone “Sweet Home Alabama” sarebbe diventata una delle più famose della storia del Rock. Un’altra delle vittime fu Steve Gaines, che dei Lynyrd Skynyrd era il chitarrista e il secondo cantante. Un’altra ancora era Cassie Gaines, sorella di Steve, e corista della Band. E morì anche Dean Kilpatrick, uno dei manager del gruppo.

Gli Aerosmith conoscevano alla perfezione quel modello di aeroplano perché lo avevano passato al setaccio giorni prima per rendersi conto se fosse stato adatto agli spostamenti della loro tournee e l’esito fu negativo, poiché certe parti erano troppo logore e alcuni rattoppi pericolosi, ma fu un altro dettaglio che creò la decisione irremovibile. Walter Mc Creary e William Gray, precisamente i due piloti, furono visti dagli Aerosmith passarsi una bottiglia di Jack Daniel’s, quello fu l’elemento decisivo che salvò la vita ai Bostoniani del Rock. Non andò così per i Sudisti di Ronnie Van Zant che presero in fretta e furia quel mezzo senza valutarlo a fondo e arruolarono anche i due piloti. I Lynyrd lo presero confidando nel fato nonostante sapessero che nei voli precedenti avesse addirittura preso fuoco uno dei motori. Voci dicono che quella sera Cassie Gaines non si dava pace, aveva un brutto presentimento. Fu Ronnie a convincerla perché dovevano arrivare a Baton Rouge il prima possibile. E quel rottame gliel’avrebbe anche fatta se fosse stato calcolato a dovere il consumo del carburante. Invece a poche miglia dalla destinazione l’aereo si schiantò in una foresta. Ancora trecento metri forse e sarebbero arrivati nei pressi di un campo e magari quelle teste di cazzo dei piloti avrebbero potuto tentare un atterraggio di emergenza. Invece… morirono Steve e sua sorella Cassie, Ronnie, Dean e i due piloti. Il disco appena uscito dei Lynyrd li ritraeva avvolti dalle fiamme. S’intitolava “Street Survivors”.



Tutte queste cose le seppi dopo, ma quello che mi prese su quella pista fu una paralisi, come se fossi bloccato da qualcuno e una voce fortissima dentro mi disse incessante tre parole: “No, cazzo, no!”.

Non lo dissi mai a nessuno ma seppi da subito di chi si trattasse.

Ronnie.

Rimasi fermo mentre i pochi passeggeri salivano guardandomi incuriositi.

L’unica hostess m’intimò di entrare. Poi notando la mia fermezza catatonica mi lasciò lì.

Ma se gli Aerosmith non l’avevano fatto chi cazzo mai ero io per osare?

Quel giorno di ottobre, verso il tramonto, un bimotore Convair si alzò in cielo ed io rimasi con i piedi su terra africana. Io, un Free Bird poco più che ventiquattrenne che indossava una t-Shirt degli Aerosmith con la scritta “Livin’ on the edge.”







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