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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"Grida"



“…piove ancora ed è incessante. È arrivato il coprifuoco è il momento di scappare!”


Daniel seduto sopra gli scatoloni del mio trasloco mi deliziava delle ultime news del suo repertorio, la stanza che avevo preso in affitto era abbastanza grande, la più grande dell’appartamento claustrofobico dove avevo deciso di rintanarmi. Altro tentativo di prendere le distanze dalla mia vecchia vita. Mamma e papà l’avevano presa con filosofia, certo, dopo le svariate volte avevano una assodata dimestichezza con l’argomento “..vado a vivere da solo”.


Mi chiamavano Lessie o boomerang.


“Torni sempre…”

“Più di un boomerang non torna… sceglie la libertà.” Rispondevo di gusto. Mentendo è ovvio! Avevo dentro, nel Dna, il cromosoma del parassita, dell’ostrica attaccata allo scoglio. Per carità ce la mettevo tutta nel raccontarmela e apparire libero viaggiatore professionista zingaro del mondo.


Fuori pioveva. Era scivolato un altro mese dall’incontro con il brizzolato. Tutto taceva. Meglio! Tutto tranne lo stereo di uno dei miei coinquilini. Dividevo l’appartamento con altri due soggetti. Uno era Giosuè. E già il nome non prometteva peripezie intellettualoidi… sentiva Smashmounth a cannone e le pareti tremavano. Lui aveva una stanzetta piccola e buia. La mia aveva la finestra che dava verso la strada e il mitico Granarone mai restaurato completamente dai ladrones comunali. Ogni mattina mi affacciavo e applaudivo in segno di protesta allo scempio… sfogo paranoico. L’altro inquilino era misterioso, mai lo vedevo e mai lo sentivo. Magari era un terrorista con base di copertura.


Anche questa chicca albergava nel nostro paese, erano stati scovati due brigatisti. Con Christian sere e sere avevamo passato ad arrovellarci il cervello, interrogandoci sull’infausto destino che aveva condotto un brigatista a nascondersi a Cerveteri.


“Per quale motivo? Ma perché? Sarà forse per il clima?”


“Ahhh no per me è una sorta di espiazione! Sono pentiti del loro passato e vengono in questo antro stile clausura dell’intelletto e delle pulsioni…”


“Per me non è vero. Non ci posso credere, un brigatista a Cerveteri! È quasi più assurdo di Pippo Calò cassiere della mafia!”


“Beh Pippo non ha proprio la faccia da contabile..”


“Appunto! Ma te ce lo vedi? Pippo Calò che investe e sposta i soldi della Mafia, specula in borsa!!! Non riesce nemmeno a parlare, a mettere due parole in croce!”


“Ovvio! È matrix!”


E poi inevitabile si arrivava a sparlare di tutte le favole d’Italia fino a farsi il sangue amaro con Biancaneve e l’ottavo nano berluscolo….


Daniel rollò una fantastica e prese a calci la parete del mio vicino.


“Ohhh! Spegni sta merda! Vieni a pregare?”


La musica si spense…


Giouè entrò nella stanza, magro, occhi gonfi, capelli ispidi e corti, scriveva poesie tipo Baudelaire agricolo, denti macchiati..


“Colpa dell’acqua di Cerveteri!”

..vestiva sempre nero, ascoltava musica abbastanza easy..


“Vi piacciono gli U2 e Vasco?”

..aveva ventitré primavere e stava ancora in botta con la prima fidanzata, forse l’unica che gliela aveva data in scioltezza, e a volte rompeva così tanto le palle che evitavamo di farlo pregare troppo..


“..ma mi domando. Lei sarà sempre la mia musa, la mia adorata, l’unica? Ogni poeta ne ha una… ma prima o poi tornerà da me, le cose girano e magari vivremo un'altra..”


..aveva un tic anomalo di quelli che tutti hanno, tutti passano il momento schizoide sommando le targhe delle macchine, abbinando lettere, inchiavando la porta sette nove volte, scegliendo di mettere accuratamente il piede negli spazi pieni delle mattonelle…. Lui era nel tunnel, completamente e non aveva intenzione di uscire, anzi lo stava arredando.


“Ti va di fare scambio di stanza?”


“Cambio di stanza… si dice, e comunque no!”


“Dai Ro’, io di là sto stretto e mi manca l’aria.”


“Non è un mio problema!”


Poi rompeva il cerchio di preghiera e sbatteva la porta andandosene.



“Sbattiti anche qualcuna! Ti farà bene!” Daniel avrebbe dovuto fare il medico…


“Io vado.” Fece Daniel.

”Dove?”


“Abbiamo le prove..”


“Stasera le avete?”


“Si… proviamo un paio di pezzi nuovi.”


“mmm.. come vanno le registrazioni?”


“Bene… ma ancora non abbiamo finito… stiamo contattando un casino di gente esterna…”


“Tipo?”


“Chitarra flamenco, tromba messicana, pianoforte e violoncello! Lo suona una donna! A gambe aperte!”


“Uhh! E com’è?”


“Lei o la musica?”


“Entrambe..”


“Da scortico… entrambe. Te come vanno le novelle?”


“Muy bien… ho trovato una via… una specie di autoproduzione. Compro le copie del libro e loro me lo stampano. La solita merda dei bavosi, ma come primo romanzo penso vada bene.”


“A presto fratello.”


“Fuori piove…”


“Mi bagnerò un po’..”


Da solo la stanza riprese quel fascino incantato e fattomi largo iniziai con le cose più importanti da sistemare in un trasloco…

Allungai il filo, aprii la custodia, presi il ferro e il jack fece clack. Pigiai il bottone e girai la manopola fino al punto di non ritorno. Ora tutto vibrava e ruggiva sommesso.

Seduto in terra gridai al vicino.


“Sogni d’oro!” e suonai il mio basso. Dormiva appoggiato alla parete dell’ampli… e questo non era un mio problema.


Ne avevo altri.


Una sera mentre preparavo lentamente una fantastica per la buona notte, dalla stanza del terzo inquilino giunsero rumori…mistero.

Non erano affari miei e quindi il terrorista poteva fare il cazzo che gli pareva senza intralciare me è ovvio. Fecigirare“dead cats dead rats”. I Doors sono scontati ma propedeutici per ogni buona ninna fumante.

Ad un tratto, mentre Jim strillava e rantolava, sentii qualcuno che gentilmente bussava alla mia porta…


“Fosse il corvo?” pensai ad Alan Poe, poi a Giosuè che aveva fiutato odori.


“Avanti.. è aperto.” Rimasi seduto in terra e in mezzo al caos della stanza tutto somigliava ad un Dalì.


“Ciao..” fece capolino sulla porta. Mai visto un terrorista biondo, riccioli e occhi grigio neri, maglia dei Ramones gonfia nei punti giusti… il mio scanner interiore esaminò mentre le labbra rispondevano..


“Ciao.. e tu chi sei? Un elfo d’appartamento?”


Lei rise, entrò, richiuse magicamente la porta e adagiò i suoi morbidi jeans in terra.

Un sorriso come una cicatrice si faceva largo…


“Tieni..”

La fantastica era così sexy tra le sue labbra.


“Mi chiedevo se ti andava di far girare questo vecchio album..”


“Tom Waits? Certo!” e un lampo schiarì un certo programmino in me.


“Heartattack & wine… che ne pensi?”


“Penso.. dunque sogno.”


“Coosa?”


“Nulla non ti preoccupare, mi sto curando, lentamente.”


“Con questa robina?” e mi passò la meravigliosa. “Complimenti..”


“Grazie..”


“Ma è vero che scrivi?”


“Un po’…” e il mio ego ebbe un erezione.


“Che vuol dire un po’? Sei o non sei uno scrittore?”


“Io non so chi sono. Te sai chi sei?”


“Beh se la metti così è finita..”


“A proposito chi sei?”


“Mmm.. non incasiniamo tutto con i nomi e le presentazioni… sono chi vuoi che io sia.”

Era un allucinazione.


Parlai con la mia visione, mentre la musica sfilava sotto, il manto morbido della meravigliosa finita, le luci basse..


“È tua quella chitarra?”


“Non è una chitarra… è un basso.”


“E tu lo sai suonare?”


“No lo uso come appendi abiti..”


“Sei strano… con chi suoni?”


“Ora con una persona bellissima e intelligente abbiamo i stessi gusti e ci stimiamo molto..”


“Con chi?”


“Da solo… ho suonato con i Concido. Li conosci?”


“Sono arrivata da due giorni, non conosco niente di qui.”


Un altro caso dove l’ignoranza era un bene.

Dopo una mezzora di conversazione avevo deciso di provarci. Oddio la decisione era stata presa nell’immediato seguito della sua apparizione, ma diciamo che i frutti iniziavano a vedersi dopo una mezzora. Adoro flirtare… le proposi un massaggio.

Aveva tutte le mie armi stellari puntate contro, non aveva scampo… ma quell’atmosfera oltremodo romantica e trasgressiva necessitava in me di trasformarsi.

A cinque minuti dal massaggio avevo la sua lingua in bocca e le mie mani manipolavano zone molto più degne per il momento.

Ridevamo come bambini stupidi, mentre Waits raschiava con la voce l’aria e io non resistevo quasi più.

Lei si abbassò i jeans. Le sue gambe… abbastanza lunghe e così sode…mmmm! Si può andare in paradiso anche prima di morire.

Mi tolse il maglione. Io ero freddoloso ma in quel momento stavo bollendo, non resistevo…

Baci, lingue, bave, toccate senza fuga e la guidai per la prova del nove verso il mio petto..


“Mordi! Il capezzolo…”


“Ti piace il dolore?”


“No, mi piacciono le emozioni forti..”


“Anche a me!”

Morse proprio bene e appena ripresomi capii che era lei, e non resistetti più.

Mi allungai verso il comodino dove tutto c’era.


“Che fai? Guarda che non ce n’è bisogno se vuoi. Io prendo la pillola..”


Sorrisi fino alla paralisi, ma non era quello che volevo prendere dal comodino.

“Scusa un attimo, preparo una sorpresa.”


Il testo dell’Sms era così:

“Se puoi vieni d corsa. X quel sogno ke abbiamo fatto ins qlla notte. Porta da bere e Biancaneve. Se puoi. Se no faccio da solo. Rock rock!”

Il destinatario rispose dopo pochi secondi, era l’una e quaranta.


“Oggi è un bel giorno x morire! Lascia aperto il portone. Porto tutto io! Rock rock.”


“Cosa fai?”


“Una meravigliosa… e mi avvicinai mordendola su un labbro, dolore sexy. Aveva le pupille più graziose mai viste…


Presi il suo corpo e la spinsi sul letto la immobilizzai baciandola e leccandola, gemeva che era una bellezza…mi staccai solo per ricordarmi del portone.

“Vado a prendere da bere..” una scusa. Ogni sorpresa degna di tale appellativo necessita di trame e congiure.


Tutto era pronto, le bollicine salivano dalla bottiglia e la musica incalzava e ci mordevamo come fanno i serpenti, torcendosi fino allo spasmo.


Nell’ incastro di anime sentii la presenza di chi avevo evocato.

La porta della stanza si scostò.

“Cosa succederà se tra un po’ intravedi la sua figura sulla porta?” pensavo mentre le baciavo gli occhi.


“Che cosa farai?”

L’allontanai delicatamente e un filo di bava univa le labbra al suo corpo.


“Vieni entra..” disinvolto mentre il cuore suonava la doppia cassa nel torace.


“Ciao..” alla luce fioca della lampada di sale, lui ha molto fascino.

Le si mise accanto.


“Qui si gioca il tutto per tutto, e lui lo sa.” Lei barcollava nell’indecisione ma non si coprì le coppe. E io preparavo il banchetto degli dei, pensando che tutto…

“andrà per il verso giusto”.


Osservavo mentre la guardava, “lo so lui fa così, gioca con le espressioni…”, le prese le mani e si fece accarezzare la faccia, le labbra e poi passò al controllo, le carezzò la nuca avvicinandola. Le diede lunghi baci guardandola.


“Lo so, lui fa così.”

E la toccò, lei lo lasciava fare.

Lei era lì, come me l’immaginavo nel sogno.

Lui la toccava e lei glielo permetteva.


Io osservavo distante nel corpo e nell’ anima macchiata. Il vassoio pronto, le mani giuravano abbandono, il fuoco in superficie e si…pensai:

“Tu sei a casa mia. Lui è mio amico. Ti sei chiesta che cosa stai facendo? Quante cose vuoi fare?”


E’ sempre stato di questo che volevo scrivere, lasciarmi attrarre. Il proibito, ma se non più nella società sempre nell’intimo dell’anima. Anche se si leggeva senza più controllo di tabù sessuali crollati, anche se le mittenti televisive profetizzavano la libertà di costumi, starci dentro e assaporare con bocca quelle sensazioni è un altro paio di maniche. Penetrare come un infimo microrganismo nella coltre dell’utopia dove tutto può e accade all’unisono dei sensi di colpa. Che vada tutto in malora…permettermi di esserci e sperimentarmi… questo a mio avviso è l’unica modalità divina.


Dopo qualche minuto mi avvicinai. Lei ormai era da sirene spiegate, mi prese la mano, la strinse, mi tirò verso le loro lingue. Lui, ebbe il buon gusto di staccarsi e cedermi il pasto. La sua lingua ora era gonfia straripante di umori.

Finì la musica. Anche lei si fermò.

Ci scrutò nella nostra semi nudità, semi divinità…


“Chi siete?”

Ci scambiammo occhiate furtive e ghignanti.


“Noi siamo i nuovi profeti del caos.”


“Siamo il limbo magico. L’alleanza segreta tra bene e male.”


“Non hai scampo.”


“Non ne hai mai avuto.”


“Lasciati andare.”


“Liberati.”


“Ogni cosa è distrutta e danza.” Rubata a Jim para para.

Come spettri con i sonagli, leggeri e determinati la mettemmo nel mezzo. La musica scelse Pink Floyd. Chi è Pink e chi Floyd? Chi è nel bene e chi nel male? Chi crede di essere vivo?


“Respira” le sussurrai mentre la spogliavamo delicatamente.

Le mani avevano una bellezza assurda con la musica..


“Respira, respira all’aria aperta, e non aver paura di desiderare parti, ma non lasciarmi guardati intorno, scegli il tuo pezzo di terra. Per quanto a lungo tu possa vivere e volare in alto ed i sorrisi concessi e le lacrime versate e le cose toccate e quelle viste, questo è tutto ciò che la tua vita sarà. Corri coniglio, corri scava quella buca, dimentica il sole e quando infine il lavoro è terminato non fermarti, è il momento di scavarne un’altra. Per quanto a lungo tu possa vivere e volare in alto, solo se cavalcassi la marea ed restassi in equilibrio sull'onda più grande correresti verso una morte prematura.”

Quando la canzone finì lei era completamente nuda e non solo di vestiti, come se le mani assetate avessero scartato via la pelle di protezione e la corazza aveva lasciato il posto alla carne tenera.

Soddisfatti sbranammo.


Lei rovesciava la testa all’indietro ogni volta che lui le lappava il taglio, e mi godevo il piacere dei suoi gemiti…


“Questo cerbiatto mi vuole.” Continuavo a pensare… allora la baciai ancora con più violenza e fame.


Lei allargava gli occhi, come se non credesse a quello che stava vedendo e sentendo, proprio un attimo dopo inizio a fremere con spasmi.

Sostanze che entravano da naso e bocche, bocche che poi mai così generose, musica devota al sacrificio, corpi nudi in penombra, candele accese e tremanti dal vapore cocktail, misto dei nostri odori.


Sesso.


Tanto semplice.


Il suo taglio era perfetto, lo ammirai come se non ci fosse niente di meglio, niente di altrettanto bello, lei scuoteva la testa, mentre lui risaliva dal basso fino alle labbra superiori.

Sapeva di quello che aveva bevuto ma laggiù le cose erano molto diverse.

Le tenevo la bocca incollata al taglio, muovendo piano la mandibola come a sussurrare chissà quali parole. Lei ascoltava con tutto il corpo.

Mi persi nella musica e nella carne, nell’alcool e nelle sostanze che anestetizzavano i contorni. Ad un tratto ritrovai lui, guancia a guancia, stretto contatto. Lei era stesa e rugiadosa. Noi ipnotizzati da quella magica porta che da sempre aveva significato, per noi e per tutto il mondo dal principio.

Ci guardammo sereni.


“Di che sa secondo te?”


“È mille cose insieme… limone. E poi di sale.”


“Selvaggio e carnale… albume e acqua di mare.”


Lei sorrise, mugolava al limite del pianto.

“Di che so’?”


“Prepara la lingua..”


L’appoggiò sulle labbra come una devota in attesa dell’ostia.

Bevvi ancora e passai di piatto la mia lingua sulla sua.


“Lo senti? Lo senti il sapore?”


“Sono buonissima.”


Lei era in estasi, Daniel la divaricò lentamente con l’indice e il pollice, ci appoggiò l’apice del sesso, solo un po’.

Mi fissò chiedendo.. io o te qui?

Sapeva i miei gusti come sapevo i suoi. Gli strizzai l’occhio… si accomodi pure, io traghetto per la porta di servizio…

Si lasciò scivolare lentamente dicendole qualcosa di impercettibile che rimase incollato senza suono sul labiale.


“Espira”


“Espia”


La sollevò in piedi e lei obbediente si preparò per me. Mi leccò e poi si strinse a Daniel cercando di resistere.


“Spero solo di non perdere il controllo…” la porta di servizio aveva da sempre scatenato i miei istinti più animaleschi, era ogni volta una lotta con tanto di premiazione finale, così ardita e benedetta da ritenerla sacra.


“Che voglia di sciuparti..” le sussurrai.


Le sue labbra turgide e morse da dolore piacere…. Fu l’ultima cosa che ricordai.. poi un vortice di musica, mani su di lei, su Daniel a puntello l’uno dell’altro… respiri di tre peccatori degni di nota e inquisizione, rogo e sepoltura senza funerale. Ma di grande stile.

Persi il controllo e ogni coordinata, solo lei che gridava dondolandosi oscenamente da me a Daniel, e ancora a me.


Il ventre teso di lei, le note di Mr Pink, le spinte, le comete nel naso, lei scapigliata, gli occhi fissi di Daniel, il respiro che diventa un sì continuo, una nota gutturale.


“Grida, grida.. così!”


La mia cerbiatta venne, un grido strozzato che metteva fine agli spasmi, spremendo le palpebre.


Daniel respirava in esplosione.


Il mio, un orgasmo da tenere dentro, una cosa che invade i sensi e diventa silenziosa. Chiusi la bocca, mordendo le sue spalle da canaglia.

Respiri lunghi per tutti e tre. E poi risate, tante risate.

Poi basta.

Poi si ferma.

Poi tutto torna normale.

No male.




Daniel si tolse, lentamente.


Poi io… tutto sudato e appiccicato alla pelle di lei.


Lei semisvenuta e venuta tutta. Lo giuro.


Restammo un po’ in silenzio.


Lei era tra le nostre braccia, quadretto religioso fino a che il suo respiro diventò un orizzonte.

L’adagiammo sul letto, baci delicati come petali di carne rosa.


Si rannicchiò un po’.


“Non penso abbia freddo.” disse Daniel mentre le accarezzava la spalla.


Io lo guardai e scavalcai per l’ultimo giro di Biancaneve. Meno male era rimasta, la nascondevo … mi sono sempre piaciuti i finali intensi.


Daniel tornò dal bagno, poi io. Fradicio ed esasperato dalla gioia.

Il piacere d’elite.


“Allora? Sempre del parere che i sogni più belli non si realizzano?”


“A volte no. Bella prova.” E girò in pista.


“Dici bene fratellino.” Girai e fantastica a ruota.


“Che ne facciamo di lei?”


“L’ammazziamo?”


“No… ma che sei matto. Lei è una santa…”


“E se parla?”


“Ahhahha! Sempre il solito. Io scommetto che se parla è solo per dire una cosa..”


“Bis!”


Ridemmo ripresi e ingessati.


“Che ore sono?”


“Le sette meno dieci Dà..”


“Le sette!? Cazzo cazzo cazzo!” esplose la cerbiatta fatta fottuta strafatta.


Scattò e si ricompose alla velocità del suono, andò in bagno e dritta in camera sua.

Noi rimanemmo incuriositi…

Dopo poco la porta di casa si aprì e qualcuno entrò nella sua stanza.


“E chi cazzo è?”


“Il terrorista…”


“Allora non parla …è certo!”


Le solite pacche sulla spalla e Daniel propose di andare in spiaggia a smaltire.

Perfetto, da sempre adoravo i concerti personali che faceva per me nelle mattine e nei momenti bravi.


“Che mi fai sentire oggi?”


“Si intitola Grida… la conosci?”


“Ora sì.” Risposi in spiaggia annusandomi le dita…albume e acqua di mare.

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