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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

IL MONDO IN MI 7 Tratto dalla raccolta di racconti "Il grido della farfalla"



Mentre cadeva ricordò che il cielo era grigio.

Il grigio si sostituì presto al bianco del calo degli zuccheri.

Tutto nella candida nebbia sembrava migliore, cancellato. Persino il colpo ricevuto in testa e i fiotti di sangue.

Le gambe alla fine cedettero all’idea di venir meno e solo la stretta della sua Monic era ancora l’ultimo baluardo di vita.

La speranza del giorno migliore… quanto aveva sognato quel momento, quanto aveva desiderato, ammesso certo che desiderare fosse un bel pretesto per non rimanere fermo.

I Clerici stavano avanzando.

Del mondo in cui era nato rimaneva ben poco e non era male.

Dopo l’ultima tragica guerra rimanevano solo macerie e polvere.

“Tutto questo subirà una sdrammatizzazione!” le aveva sempre ripetuto Monic.

Oggi era il giorno, oggi era la redenzione e oggi lui stava morendo.

Una smorfia trafisse il volto e le voci degli altri dissidenti nel frastuono di un mondo che si stava spegnendo crollando mattone dopo mattone… bruciava l’attesa.

I suoni iniziavano a mescolarsi e si mortificò nell’incomprensione dell’ultima parola buia che sussurrata perdeva senso privata nel tutto della luce.

“Rubik! Rubik!”

L’altrove era sulle sue tracce e non avrebbe mollato la presa.

Depose un bacio nei pressi del suo sorriso e un pizzico piccolo piccolo… e Monic corse via verso la mischia, tra lacrime che se davvero avesse potuto afferrarle e sostituirle alle pietre in terra, la guerra sarebbe terminata in un secondo.

Una pioggia di rocce solcava il cielo grigio colpendo croci e stendardi dei Clerici in prima linea.

La gente rimasta era dissidente e raccoglieva contundenti e li lanciava, ma era un rabbioso attendere, solo pochi minuti mancavano al 21 di quel tanto atteso dicembre…

I Clerici estrassero le lance artiglio e mietevano vittime, il grigio e i vapori del rosso con sguardi infiniti al cielo.

Rubik credeva che quello che sarebbe rimasto di lui fosse destinato alla mera polvere ma si sbagliava ancora, o meglio voleva fermamente sbagliare.

Un impeto di adrenalina iniettata poco prima serpeggiò nel sangue e a fior di pelle salì un botto usando le vene a mo’ di comodi condotti, la vita stava tornando a scalciare

in un esecrabile emozione, sentirsi vulcano in eruzione,

incandescente come la lava

che dalla bocca terrifica e sbava.

Sbarrò gli occhi e saltando in piedi sentì quel ninnolo di piacere nel riconoscersi vivo.

E gli fu un tutt’uno correre e raccogliere e lanciare mentre Monic era dall’altro versante dell’ultima barricata dei dissidenti.

Pochi attimi.

Meno nove otto sette

La rabbia no non smette

Otto sette e sei

Un miracolo vorrei

Cinque quattro e tre

La speranza più non c’è

Tre due e uno

Non rimane più nessuno

E zero.

Brucia l’attesa…

21 dicembre 2012

Il vento corrotto si spense azionato da agenti superiori.

La sassaiola cessò.

L’avanzare si fermò tra lo stridere dei carri e lo spaccarsi dei cingoli… la gente rimase a guardare, l’essere umano che nient’altro era nulla poteva in confronto alla magnificenza del momento.

Il grigio del cielo si arruffò simile alla massa dello zucchero filato, e più si avvicinava tra se e più l’intensità si colorava di nero, e di spirale la forma.

Che fosse il buco nero che gli avi e gli osservatori ammazzati dai Clerici intendevano?

Vittime e carnefici rapiti dal pauroso stupore guardavano in alto, in alto dove ogni aspirazione umana non era mai ancora arrivata.

La terrà tremò nel profondo, niente spacchi solo la sensazione di attrito, e il buco nero iniziò la sua azione… rotazione, movimento azione….bandiere volavano in alto disperdendosi tra macchine, armi e croci, e l’esercito dei Clerici si staccò da terrà, soldati aspirati in un turbinio di angeli senza controllo a zonzo per il cielo che dai bordi trasudava desiderio di azzurro splendore.

E poi palazzi e carcasse di macchine e poi tubi si strapparono dai muri e antenne rimaste inutilizzate e bandite e tutto allegramente su nel buco, i colori trasmigrarono dal viola al giallo e le stelle apparvero scivolando ai margini di un cielo mai visto nemmeno lontanamente immaginato…

E tornò il silenzio.

L’immobilità.

La terra smise di vibrare.

Poi un soffio di vento.

Un alito caldo che portava in se i sapori lontani di una nuova vita.

Una farfalla, una manciata di colori e il sole tornò a riflettere la luna con la sua luce. Le piante in un attimo ricamarono di verde smeraldo le sofferenze e le aspettative.

Ancora oggi c’è chi proclama una nuova era, o che qui è il giardino dell’eden o magari che addirittura Dio stesso ha previsto il tutto e che sia lui l’astro che vola tutte le mattine verso oriente.

L’essere umano tornò ad accettare il mistero.

Ma quel giorno, per quella manciata di minuti la gente rimasta aveva assistito alla dimostrazione, al fatto, al momento del cambio, l’apparizione di una legge superiore di una dinamica dominante che andava oltre l’umano, e che l’avere fede non era solo un’idea, un’opinione, ma la fede era una prospettiva.

Rubik non si rese conto del cambiamento, ma conservò nell’istinto di quello scatto lo sbocciare di un fiore nuovo, fragrante e non contaminato. Mai più.

Monic lo baciò e si strinsero senza dire una parola ma danzando in girotondi, scontrandosi e abbracciando gli altri che nel tappeto di erba desideravano solo lasciarsi andare.

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