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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"Il tango della gelosia"



Primo Giorno

“Prendiamo il sentiero paludoso per arrivare alle nuvole.” Matsuo Basho


Lei cammina con le anime che le volteggiano intorno. C’è solo un piccolo ponte a separarla dalla terraferma poi sarà tutta per ballo con il mare. Un ballo mozzafiato. Un tango da tredici ore di traversata. Sta sfuggendo. Un’ora per ogni mese.

Si volta per un ultimo concitato sguardo. S’immagina di vederlo arrivare. Ma forse è meglio così.

Alla fine ha ceduto.

A scelto il mare a me. La immagino nel suo vestito rosso mentre si toglie le scarpe per salire a bordo.

Lei parte mentre io sto per uscire, mentre io indosso i vestiti che avevo quella sera. Dopo tredici mesi le sbarre si sono aperte anche per un soggetto come me, pochi metri mi separano dal mondo fuori, e oggi che vorrei essere felice, proprio non ci riesco. La sua ultima telefonata. Il suo ultimo addio. Quando il portone di Regina Coeli mi si chiude alle spalle tiro un respiro ma nessun sollievo visto che lei non è lì ad aspettarmi. Non mi ha perdonato veramente come diceva.

Ho paura davvero di averla persa.

È vero che è solo la metà del giorno ma Roma oggi è proprio svuotata. Pochissima gente per strada. Tutti distanti, nessuno mi guarda e questo dettaglio aumenta l’insofferenza. M’incammino mentre accendo l’ultima sigaretta del pacchetto che ho tirato fuori dalla tasca. Ero sicuro di smettere, una volta fuori. -L’ultima per sempre. Le avevo detto che una volta fuori ci avrei dato un taglio con tutta questa roba. E niente, nemmeno riesco a gustarmela. Spendo gli ultimi venti euro per il taxi.

“Dove andiamo?” fa il tipo.

Al porto, vorrei dire ma non basta né la corsa né bastano i soldi. Mi appallottolo sul sedile. Do l’indirizzo di casa nostra. Il guidatore è accorto e sa già da dove sono uscito.

“Oggi non c’è nessuno per strada.” Dico così, tanto per riprendere i contatti con le persone libere.

“Stanno tutti a pià d’assalto i supermercati.”

“E perché?” faccio io senza enfasi.

“Come perché? Non l’hai saputo?”

“Saputo cosa?”

“Da domani pure Roma è tutta locked down.”

“Lock che?” adesso pure i tassisti di Roma sono tutti anglofoni.

“Confinati. Stare in quarantena, tutti a casa. Coronavirus rischio contagio.” Scandisce cantilenando il tassista.

“Ma per quanti giorni?”

“A boh? Dicono per almeno due settimane.”

“Ma io so’ uscito oggi.” Mi lascio sfuggire. Lui mi guarda dal retrovisore con un misto di preoccupazione e compassione.

“Che te devo da di? Va’ a trovà la fidanzata.” Non posso crederci. L’ha detto.

“Se n’è andata.” Faccio io.

“Certo che è proprio vero.”

“Vero, cosa?”

“Che quanno te dice male pure le pecore te mozzicano.”

Arriviamo all’indirizzo. I soldi bastano appena. Il tassista mi guarda e immagino che dica di resistere che le cose passano. Ed io, lo so bene quanto ci mettono a passare, tanto tempo.

Busso, chiamo, mi attacco al campanello nella speranza che Laura sia dentro, che sia il suo modo per farmela pagare ma che alla fine mi aprirà la porta. Mi farà rientrare a casa. Le chiederò scusa in ginocchio. Le farò vedere che sono cambiato. Le prometterò tutto e finalmente balleremo insieme un bel tango, me lo farò insegnare, passo dopo passo riuscirò a prendermi cura di lei…

“Ah, sei te?” fa la voce della dirimpettaia. La signora Adele è sempre vecchia pure dietro lo spiraglio della porta. Le grinze del viso parlano muovendosi “… è inutile che bussi. Guarda che Laura se n’è andata.”

Un’altra sentenza.

“Andata dove?”

“Spero lontano, dopo quello che le hai fatto. Tiè queste sono le chiavi. L’affitto è pagato fino alla fine del mese. Poi, fammi sapere quando te ne vai.”

Prendo le chiavi, le sue grinze spariscono dietro la porta.

Quando entro vedo che è rimasto tutto identico. Manca il suo odore, lo ricordo aleggiare in tutte le stanze. Mentre giro in quella che era la nostra casa, sono assalito dalla nostalgia e dal senso di colpa. Altro che questo virus influenzale, io ne sono affetto da uno più silenzioso e corrosivo. Mi manchi Laura. Ho sperato di ritrovarti. Mentre faccio questi pensieri, mi ritrovo ad annusare il cuscino del letto nella speranza di trovare qualcosa di tuo. E tu lo sapevi, mi conosci troppo bene. Hai previsto questo mio gesto e mi hai lasciato un regalo sotto il cuscino. Un telefonino. E cosa ci faccio se non so’ dove chiamarti?

Ho tenuto duro tutti i mesi, nemmeno una lacrima. Invece ora sono una fontana indecente e non so se ti ho perso per sempre.

Quando riapro gli occhi, capisco che mi sono addormentato. Riprenditi! Mi dico. Ora penso a come me la caverò. Controllo e negli scaffali della cucina c’è veramente poco. Apro il frigo e ci trovo i soldi. Li hai lasciati tu. Non sono molti. Hai pensato che mi sarebbero serviti. A che gioco stai giocando? Un telefono, poi dei soldi. Non so cosa pensare sennonché è pomeriggio inoltrato e il supermercato è lontano. Esco di fretta e ci vado correndo. Lì, capisco che la cosa è seria. Il supermercato è stato svuotato come me da ogni bene. Racimolo pacchi di pasta, scatole di vario tipo, faccio mente locale anche se mi è difficile, alla fine esco con due buste di cose che spero mi servano. Torno a casa nel deserto silenzioso delle vie di Roma. La gente sta già rintana, l’idea di tornare chiuso mi annienta. Dove sei Laura? Dove sei tu non lo so ma so dove sono i tuoi fratelli che mi vengono incontro nel vialetto di casa. -Pezzo di merda. Mi chiamano per nome. Lascio le buste a terra e attendo. Non reagisco, mi prendo anche quello. Mi picchiano forte e se ne vanno dopo avermi rovesciato le buste addosso. Quando rientro, mi siedo al tavolino e fisso le piastrelle della cucina. Penso che sarebbe bello mettersi sul balcone, almeno per respirare un po’. Avevo pensato di sentire musica questo giorno ma non ne ho voglia. Prendo il mazzo delle chiavi e lì scopro un’altra tua sorpresa. Hai rimosso la chiave delle grate. Non potrò uscire nemmeno in balcone. Ancora dietro le sbarre e questa volta pure da solo con i miei rimorsi. Ti farai viva e mi dirai qualcosa? Mi andrebbe bene anche tutto il tuo veleno.

Vorrei fumare ma non ho nulla. Guardo la finestra e allungo la mano fuori. Dove sei?

Questo giorno me lo ero immaginato diverso.



Tredicesimo giorno

“Non è la gelosia. Quello che sento. Quello che sento dentro. È più una malattia.” Il tango della Gelosia

Anche questa notte ho lasciato la tv accesa solo per sentire le voci farmi compagnia. Quanto sono lunghi i giorni? Speravo di perdere questa percezione tant’è… L’abbonamento di Sky è scaduto e non si vedono nemmeno gli altri canali. Mi hai lasciato il lettore per i dvd ma hai tolto tutti i film che c’erano a casa. Quindi, l’unico è quello che hai premeditato di lasciarmi vedere. Il Padrino parte prima e ogni volta che Connie è picchiata devo alzarmi e andarmene. Almeno una volta al giorno, a volte due. Mi sono fatto la barba questa mattina prima di uscire per fare la spesa con gli ultimi soldi rimasti. Tranquilla, ho già altri lividi che i tuoi fratelli si sono premurati di rinfrescarmi al ritorno. Accetto anche questo, mi ci posso affezionare al loro contatto.

Mi sto impegnando per cambiare, anche in questa situazione così assurda. Adesso la gente è lontana per paura di essere contagiata, questo lo so, ma io penso ugualmente che abbiano paura di me. Tutti sanno quello che ho fatto. Quanto è stato brutto vederti quella paura negli occhi, anche dopo. L’avevi ogni volta che sei venuta a trovarmi. Sono diverso da prima, pensa ho iniziato anche a leggere il libro che mi hai portato la volta che hai voluto rivedermi, ti rendi conto? Io che leggo. Fa quasi ridere. Shantaram. È bellissimo. Quante volte me lo dicevi? Leggere è una salvezza, ti cambia. Ci sto provando anch’io ma nessuno si salva da solo.

Sentirei anche la musica ma ci sono solo cd di musica argentina. Ti vedo ovunque e questo è troppo, non riesco a far altro che disperarmi e dispiacermi su ogni sedia, in ogni stanza, la mia via crucis. Tu non mi molli e questa prigionia è estenuante. Mi accorgo di essere solo, nessun parente mi cerca e non ho nessun numero di amici da chiamare. Ho pensato di andare in giro contro le norme e prendermi una denuncia nella speranza di rientrare in carcere. Lì almeno qualcuno mi cercava per parlare. Quello che mi ferma è lo stupido pensiero di non mollare, di rispettare la tua punizione, espiare qui tra queste mura dove è accaduto il fatto.

La gente fuori la sta prendendo bene, canta dai balconi, c’è il saluto tra sconosciuti, si sente migliore se è convinta di affrontare un nemico comune. Io continuo a vedere ancora la vita da dietro le sbarre, che poi sono le inferriate di casa. Ho preso pure a parlarti a voce alta, sto impazzendo perché ho pensato anche di vestire un cuscino con i tuoi abiti, sai… fare un feticcio. Non hai lasciato nulla e quelli che trovo non sono vestiti che mi ricordano te. Mi rimangono le carte. Ti ricordi? Ci giocavamo insieme… e così provo a fare qualche solitario ma hai pensato bene di toglierne una. Tu, la mia carta mancante. Allora mi sono messo a fare un po’ di ginnastica, l’azione è nemica del pensiero ti dicono quando sei dentro, è una buona abitudine e dopo mi sono rinfrescato con la doccia fredda. Non perché sono un duro o per punirmi ancora ma perché ci si mette anche lo scaldabagno a fregarsene di me. Guardo fuori, in lontananza immagino ci sia un bel tramonto e noi lo guardiamo insieme. Non ci sto capendo più niente. Quanto dovrò aspettare? Potessi almeno uscire, distrarmi. Una cosa è certa, mi hai costretto a stare da solo con me. Mi sono ritrovato a pregare per un qualche segno.

Ho trovato la tua chitarra nell’armadio e ho provato a suonarla, così, per produrre suoni nuovi e poi il segno è arrivato. Il telefono sta squillando.

Sei tu, lo so. Sorrido mentre corro e lo afferro.

Una videochiamata. Mi sta per prendere un colpo se penso che ti vedrò.




Posso essere migliore, te lo dirò, non preoccuparti se mi vedi dei lividi, sono contento di vederti, penso di dirti cose mentre evoco nel tempo della risposta il mio sorriso migliore, tocco il tasto. Accetta.

L’immagine è nitida. Parlo ma non risponde nessuno. Ti chiamo… Laura, Laura! Nulla. Vedo solo il ponte di uno Yacht, il mare intorno, l’immagine ondeggia lieve dietro un tramonto struggente. Che cosa è? Dove sei? Parte una musica. È un tango. Tremo perché ho paura di vedere. La pelle s’infiamma quando ti vedo di spalle con quel vestito rosso che ti scopre la schiena e, tu, sì sei tu, ti allontani dalla videocamera. Arriva un uomo, lo accogli. Iniziate a danzare e muoio ad ogni passo. Ti fai toccare con grazia, sei sensuale, le vostre labbra si sfiorano nel ballo e tutta quella bellezza è troppa che non la reggo da qui. Cosa mi stai facendo? Che cosa vuoi che veda? Che impari come si tocca una donna? Piango e mi dispero, ma se è quello che vuoi, lo farò. Se vuoi che veda guarderò mentre ti sfiora, e il ballo diventa l’incontro tra due esseri, l’accoppiamento di cui mi parlavi sempre. La musica finisce e il tuo vestito scivola gentile sul pavimento di legno. È rosso dissanguato come il sole alle spalle. La musica ora è il suono del mare. Vuoi che veda come ti bacia, come ti stringe e… come ti concedi a lui. Vuoi farmi guardare la donna che ho picchiato e perduto? La persona che non sono riuscito a vedere? Cosa vuoi?

E scorre in me, è un attimo ma ti odio per farmi sentire così miserabile, mi racconto che è facile con i suoi soldi, con la barca, il vino e una quarantena in mezzo al mare. Darei tutto per riavvolgere il nastro. L’attimo passa e so che è tutto falso, il mio amore invece cresce e si danna perché vorrei essere lui, pure senza soldi ma lui in quel momento, fare quello che ti fa lui e ricevere quello stesso trattamento che gli è donato da te. Vorrei essere un altro, ecco. Non per niente bello questo desiderio. Vi guardo fare l’amore per tutto il tempo che dura, fino a quando la tua mano non curante si allunga e nemmeno mi degna di uno sguardo, spegne tutto.

Torno nel mio primitivo stato di quarantena.

Piango, rido, impreco e stringo il cellulare, vorrei schiantarlo al muro ma poi? Non vederti più… richiamo il numero. Rispondi Laura! Disattivato. Lo salvo in rubrica ed è il solo.

Attonito mi metto alla finestra, -Andrà tutto bene scrivono sulle lenzuola e le appendono fuori al terrazzo. Vorrei scrivere -Scusami.

Penso sia meglio non rimuginare oltre.

E poi rifletto sull’ inferriata chiusa, non la sopporto più, ho bisogno di tenere la mente occupata. È deciso. Aprirò da solo le mie gabbie. Ho tutto il tempo di provarci. Meglio tentare di forzare una serratura che pensare di lasciarmi andare al virus della gelosia.

Ho la febbre ma non desisto.

Mi riposo in turni di un’ora e poi mi rimetto a lavoro con i pochi attrezzi di fortuna rimediati. Inizia fuori a emergere il giorno quando la serratura fa tac e si apre cigolando.

Finalmente esco. L’aria fresca della mattina è il premio, quanto l’ho desiderata l’alba.

Sta arrivando e non me la perdo. In mano ho il libro.

Leggo qualche passo poi ritorno a pensare al mare.



Dopo due mesi e mezzo

“E con la morte nel cuore correrò per tornare. Dove il giorno rivive sul profilo degli alberi.” Iosonouncane

La luce di un’altra mattina. Tutte sono diverse, sto imparando a godermele dal terrazzo. L’ho ripulito e sistemato e che tu ci creda o no, è diventato il mio strumento social. Da qui so cosa accade nel mondo, di tutto quello che serve per uscire. Ho saputo che domani si uscirà, i signori che mi hanno avvisato andranno per prima cosa a fare una camminata al mare con i figli. Al mare. Questa che sta iniziando è l’ultima giornata di quarantena e non mi sento particolarmente entusiasta. Andare fuori senza te mi intristisce, qui almeno posso illudermi di essere ancora insieme. È veramente presto. Sono già in piedi e ho fatto le mie attività rituali. Per sopravvivere a questo momento ho scoperto la parola “organizzazione”. Sveglia presto per vedere l’alba, sto cercando di meditare come facevi tu, poi esercizio fisico, doccia e la colazione dei campioni con musica di sottofondo.

Lo so che stai ridendo e che sapevi che sarebbe accaduto ma volevo dirti che mi sono completamente innamorato di Astor Piazzolla, è un genio. E due pezzi si alternano al momento della mia colazione. Oblivion e Milonga del Angel. Mi faccio portare fino a te su quelle note che mi sconquassando e mi ripuliscono di quel brutto che è rimasto. Ancora ho tanti pensieri cattivi. Oblio e Angeli. Sto riuscendo a conviverci. Poi mi dedico alle pulizie di casa. Ho fatto dei cambiamenti nella speranza che possano piacerti. Ho spostato i mobili per dare un'altra immagine alla casa. Mi piacerebbe continuare a stare qui. Sai quel mobile all’ entrata, dove appoggiavo tutto e ti dava fastidio quel caos di oggetti? Beh, l’ho trasferito fuori sul balcone e ho scoperto che è molto comodo per poggiarci i piatti, come un tavolino a parete perché non ci crederai, ma ceno spesso fuori di casa. Sì, è un gioco che stiamo facendo con i vicini. Questa voglia di condividere è contagiosa. Siccome siamo allo stesso piano, ci dividono solo i dieci metri d’aria e con loro ceniamo guardandoci e commentando. È bello il gesto di alzare i bicchieri con qualcuno. Quelli davanti sono una coppia di anziani sorridenti e cordiali che parlano solo dei figli e di quanto gli mancano il nipote mentre quello alla destra è un uomo lasciato dalla moglie. Penso ancora che sia un serial killer. Forse pensa lo stesso di me. È solo. Un po’ come me. Brindiamo da lontano, io con l’acqua di rubinetto perché non ho altro a casa e sono pulito ormai da due mesi e passa. Ho trovato un altro libro. Sei proprio una pazza, lo avevi messo nel ripostiglio in mezzo agli addobbi di Natale. Quando hai del tempo, non immagini cosa ti fa fare la mente, inizi a cercare e trovi indizi e ti perdi. Mi fa paura pensare che avessi previsto anche questa mia disperata ricerca. Esiste qualcuno che mi conosce così bene. Non potrei dire la stessa cosa io. Ho voluto riguardare gli addobbi, se li avevi tenuti o gettati via perché ricordavano quella sera. Li hai conservati, erano riposti con cura e nella scatola che li conteneva c’era il libro. Credo fosse il mio regalo. Quello che avrei potuto ricevere invece di… avevi pensato di propormi L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garzia Marquez. Tu non molli mai. L’ho letto tutto di filata. Scusami, so che t’infastidisce ma ho sottolineato alcuni passaggi. La sua poetica sublime è straziante. Mi sono interrotto nella lettura solo per riavviare l’album di Piazzolla e rispondere al citofono. Incredibile vero? La prima volta sono saltato al trillo, nemmeno pensavo funzionasse. Non eri tu. Portavano la spesa a casa alla signora del pianerottolo ma si sono sbagliati e hanno citofonato a me. Così, sono sceso e la spesa era tanta tra buste e casse d’acqua. Lo so, starai pensando che mi sono rubato qualcosa, invece ho fatto tre viaggi su e giù per le scale e gliel’ho fatto trovare davanti alla porta. Ha fatto una faccia… Si è voluta sdebitare facendomi le cene. Mi bussa e le trovo sullo zerbino. Ieri mi ha anche sorriso. Invece due giorni fa è suonato nuovamente il citofono. Erano i tuoi fratelli. Scendi! Mi hanno detto. Forse volevano continuare a picchiarmi anche con l’emergenza Convid 19 perché quando sono sceso, avevano le mascherine. Mi hanno chiesto se mi serviva qualcosa e mi hanno lasciato la frutta. Erano meglio gli schiaffi. La loro gentilezza improvvisa mi ha fatto male e ho pianto. Davanti a loro. Si sono sgretolati tanti pezzi di me fino a farmi credere che posso essere diverso.

Alla stessa ora, ogni giorno, ti ho aspettato a tutti i tramonti, non sempre ma la videochiamata arrivava ed era il momento di ritrovarsi, sapere che volevi un contatto è stata la mia terapia. Mi hai ascoltato senza dire mai nulla, senza farti vedere se non di spalle. Tu non immagini quanto sia stato importante la tua silenziosa presenza. Ieri però ti ho fregata. Appena è iniziata la connessione mi sono fatto trovare pronto, con la chitarra imbracciata, agitato come uno scolaretto che ha imparato a memoria la poesia. Gli accordi li ho trovati a orecchio. Spero siano giusti. La mia voce si è spezzata un po’ all’inizio…

Non è la gelosia. Quello che sento. Quello che sento dentro. È più una malattia.

Lo so, ho scombinato i tuoi piani e quando ti ho sentito ridere tra le lacrime… ho capito di essere sopravvissuto al virus, di aver prodotto gli anticorpi necessari per tornare a respirarti, mi hai costretto a guardarmi a forza …perché la gelosia, ho idee da portare avanti fuori da qui e tu… come un fantasma, sei stata ovunque in questa casa e intorno a me, non è nient’altro che il gesto amorevole che non ho mai saputo accogliere …è solo questo,adesso quello che voglio, aggiustare le cose con tutti, liberarmi, il resto è colpa mia… da domani appena potrò uscire, ho fatto una lista di persone da incontrare, nemmeno in carcere avevo questa spinta, incolpami e basta ma… tu non andare via.

L’ho suonata anche dopo che hai chiuso. Mi sono messo sul divano e l’ho cantata di nuovo. Sempre la stessa, anche perché al momento è l’unica del mio repertorio. Ne voglio sapere ancora e cantartele. Mi si è rotta una corda. Scusami appena possibile te la sostituisco. Aggiungo alla lista. Sono stato sveglio fino a tardi, fuori stanno festeggiando tutti, domani sarà un vero nuovo giorno ed io mi sogno di andare al mare, dalla riva ti raggiungo a nuoto, e anche se so che è solamente un sogno, sento che mi aspetti, il sale negli occhi mentre nuoto. Il primo sonno felice, dopo tanto. Sto per salire a bordo e mentre sogno, sento un rumore ma non voglio essere disturbato, adesso sono sopra la nave che ti ha portato via e ti vedo, vengo incontro a te e quel rumore è forte ma non gli do retta, rimango qui. Sembra una serratura che si apre, ma tu ed io stiamo per ballare un tango, finalmente dici.

Finalmente.

Mi vedi anche nella penombra della stanza.

Con una scrollata ti liberi della borsa e lasci che quella pazzia si compia.

-Laura.

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