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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"L' incidente"



(Compost di altri tempi, correva l’anno 2001 ... di quello nuovo sono un po’ geloso stasera... allora lo tengo ancora solo per me.)

Avete presente una macchina?

Una di quelle abbastanza sportive, di quelle dai sedili comodi, lo stereo a cristalli blu e il senso di ovattato che si sente dentro?


Bravi, la polo di Kramer era proprio a grandi linee così, e quella sera ospitava il magico poker di vite sgretolate. Non un picche o un fiori, che sono i segni più neri, ma un poker di fulmine.


Un fulmine che ancora una sera ci aveva preso in pieno. Kramer alla guida cercava di mantenere un contegno, di pensare solo a cose utili per conservare il suo stato vigile.

Christian era nella condizione “adesivo” spalmato sul sedile avanti. Di rado apriva gli occhi a crocetta stile manga fantasticando sul sesso e sui led che la musica a tutto volume spingeva in su e in giù con una ritmica molto sexy.


Daniel era in lotta. Contro se, contro la vita, l’esistenza stessa e “… il destino del cazzo, le concatenazioni, poi…” nemmeno lui credeva possibili, incastrato dalla morsa delle sostanze, cercava solo di primeggiare contro il vero tormento del momento. Il genio della lampada.

Eh si, sempre lui. Evocato per tutta la sera, ma che dico per tutta una vita, e ora finalmente libero di infastidirlo.


Daniel si muoveva a tratti, cercando di allontanare le misteriose mani che lo tormentavano solleticandogli l’ansia indotta.

Io non c’ero. Non ero lì. La mia custodia fisica si, ma certamente io ero altrove, tra labbra dolci e sogni impastati, ero dentro una mia storiella creata nell’immediato per soddisfare i miei bisogni.


Pensavo sorridendo a Mary Jane ficarotta e le sue mutandine rosa, come suggeriva il colonnello Artmann del film nella mia testa, lui si che era un duro…

… “Ro’! guidi te?”


“Chi cazzo ha parlato? Chi è quel frocio checca comunista pompinaro che ha firmato la sua condanna a morte?! AH non è stato nessuno? Sarà stata la fatina buona del cazzo!?” sbraitava Artmann nella mia zucca. Sorridevo senza risposta, immaginando cosa avrebbe potuto dire sapendo che la voce era quella di Kramer… Orsotto potto Kramer.


Lui al posto di palla di lardo.

Esilarante…


Sfilavamo nelle strade notturne come un virus, pericolosi e invisibili. Tutti potenziali star o artisti in scalata, tutti in attesa di quella botta di culo per stare a galla e non finire sotto terra, in attesa perenne che quel tanto sospirato “ qualcosa” si decida a manifestarsi… prima che sia troppo tardi.


“Che c’è?” Daniel mi scrutava, chiuso a sette mandate nella sua depressione.

“Il punto è proprio questo. Non c’è niente…”

“Allora? Che si fa? Le vittime?” “Vittime… non lo siamo tutti?”


La musica si allontanò in un cd finito e per un attimo le nostre parole rimasero sole. A Daniel tremarono un po’ le labbra e solo dopo quei brevi spasmi le dottrine scesero in piazza:


“Tu credi di essere vittima di una congiura divina… c’è un ordine superiore che premia i più ubbidienti… ma noi… noi siamo stati chiamati ad un'altra festa. È un gioco a chi si fa più male. E noi.. saremo gli ultimi a cadere…”


Altrove…


La cenere gli cadde incrinando vistosamente i suoi pensieri andati a male. Male. Questo era l’unico aggettivo in grado di descrivere la sensazione che stava provando. Massi era lontano anni luce dalla lucidità, ma un barlume rimasto gli regalò la consapevolezza che qualcosa, in qualche punto dell’universo Concido, nella costellazione della sua vita stava volgendo al termine.


Gli altri passeggeri del tavolo continuavano a bere e sputare fragranze velate Marlboro, lui si sentì sudato, freddo, aveva voglia di vomitare, la testa pulsava senza soste, stato totalmente da attribuire alla condizione narcotica etilica.


Eppure sentiva che qualcosa stava succedendo…s..uccedendo… s..uccidendo.. si stava uccidendo!

Si alzò.


“Ma dove vai?” chiese Pietro, Diego, Alvaro, Antonio… ma chi …“..cazzo se ne frega!” l’unico nome importante ora era Alex. Quello del suo bassista.

“..alb…al bagno.” Riuscì in miracolo a pronunciare e si addentrò nella nebbia musicale del locale ancora gremito.


Le luci e i suoni mortificavano vistosamente la sua andatura da popstar e le coordinate risultavano confuse, ma alla fine il suo rock radar individuò il bersaglio e trascinando gli stivali arrivò nei pressi. Sconvolto e in preda a lunghi affanni emotivi. Massi credeva in queste sensazioni, “..nelle sincronicità. Ammazza che parola!” e se era riuscito a pensarla allora era ancora operativo.


Alex era l’antitesi dell’umore del suo chitarrista. Sorridente in volto e negli occhi, visibilmente proteso in avanti parlava con un fiore. Un fiore di femmina. Era immerso nel suo personalissimo modo di scrutare le persone, registrando dettagli e ovviando ai difetti. Aveva anche un po’ di raffreddore chimico, ma niente di esaltante e quando lo vide arrivare capì che nella vita c’è sempre chi cammina ignaro sul filo del rasoio.


“Ale… ho una brutta sensazione. Dobbiamo andare..”

Ale stava parlando con questa ragazza della Grecia, del sole, delle vacanze che forse avrebbero potuto organizzare insieme. Nel momento precedente alla venuta del Massimessia, loro due erano fuori una casa, sopra una baia, tra colori chiari e venti delicati, musiche folcloristiche e cibi crudi. Da lontano si riusciva anche a sentire il rullio di percussioni che incitavano all’ indecenza del divertimento.


E la ragazza ci stava…


“..ho una brutta sensazione..” dichiarò ancora il messia.

La tipa smise di sorridere, si scostò e lasciò la mano calda di Alex. Nel suo sogno cornice, il rullio di percussioni era diventato un temporale minaccioso, e per le insenature della baia un vento insano e corrotto aveva preso in ostaggio i due e prometteva di sciogliere tutto.

“Dobbiamo andare.” Continuava il nuovo salvatore.


Essendo che si venne a trovare nel peggio del peggio in quel fottuto istante prese coscienza con rassegnato stupore e chiese.


“Ma di cosa stai parlando?”

“Daniel… i ragazzi. È successo qualcosa lo sento..”

“No, tu senti che sei sotto un treno. Stai lesso Massi. Perché non ci facciamo una..”

“Ti dico che è successo qualcosa!”

“Lo sai che è successo? È che abbiamo discusso, ma stiamo tutti persi stasera..”

“No..”

“Ti dico di sì, ma hai visto Christian e Daniel? Erano troppo su di giri per..”

“Ale dobbiamo andare.”

“Dove?”

“A vedere cosa gli è successo..”

“Dove?!”


Massi si guardò attorno in cerca di sostegno, o almeno qualcuno da tirare in aiuto…

“Massi, senti cosa facciamo. Adesso vieni con me e passeggiamo su una pista che..”

“Io vado.”


Il suo orgoglio da prima donna era troppo forte, persino più delle sostanze e delle giustificazioni. Lui sentiva, e in culo tutto il resto. Si voltò e mirando la porta uscì.

Alex non ce la faceva più. Il copione era tutto nelle occhiate che si scambiava con la tipa. Il copione era tutto da rifare.


“..ma perché?” continuava a chiedersi. Non aveva per un cazzo voglia di lasciare quel fiore solo su qualche baia greca, ma nemmeno poteva affrontare il rimorso di lasciare Massi solo in macchina.


Avrebbe potuto bestemmiare, ma la cosa non aveva stile.

Si alzò.


“Immagino che devi andare..” sottolineò il fiore ormai carnivoro.

“Guarda… vado ma…” gesticolava vistosamente indicando vie e soluzioni alternative.. “ torno subito.”


Strinse i denti e seguì l’evolversi di quella notte che non era per niente finita.

Una faccia scura aspettava nell’immobilità di cogliere quel bocciolo e con permesso incrociò lo sguardo di Alex. Nel suo sogno la banda greca lo salutava svanendo…


“Ma porca troia… mo do cazzo sta!” e l’aria era fresca fuori.


La macchina azzurra di Massi muoveva i primi passi quando lo sportello si spalancò.

Il suo improvvisato pilota sussultò.

“Ma dove cazzo vai!? Dai spostati guido io…”

Rotolò su un fianco mormorando nomi di strade.

“Ti rendi conto che l’avevo rimorchiata?”

“prendi.. prendi l’Aurelia.”

“Se se. Però hai fatto in tempo a prendere la chitarra, brutto stronzo!”

“Lei viene dove vado io… sempre.” E facendosi violenza per non vomitare si accese una fantastica, una di quelle sue sottili, da finocchio.


Appena dieci minuti dopo la scatola azzurra sfrecciava alla ricerca di cosa?

“Non ci credo ma che cazzo!” pensava ad alta voce Alex.

“Spero solo di sbagliarmi.” Disse Massi mentre dal finestrino il mondo mutava con una velocità assurda, tra bagliori, forme e fumo dall’abitacolo a fuori.

“Speriamo..” e la cenere gli cadde ancora.


Ancora cadde il sonno, colpendolo nelle palpebre. Ebbe uno scossone e si riprese.

Kramer si accorse che nell’abitacolo regnava un’assenza impalpabile. Tutti erano rovinati misteriosamente.

“Il sonno…” pensò “.. è come una grande illusione che…” nemmeno la frase terminò.


Quei secondi che sembrano così lunghi, tanto da far partire un sogno, pieno di immagini e suoni. Nozioni che rimangono in agguato appena dietro le palpebre che si chiudono, il respiro scivola lento e il tatto svanisce.

Kramer si addormentò. Tramontò ancora.

Per appena inutili secondi. Inutili a garantire la continuità della traiettoria della macchina che ci trasportava.


Quando la macchina uscì di strada, nel silenzio delle nostre esistenze una frattura profonda cominciò a vivere vita propria.


L’urto non fu nemmeno tanto violento, almeno sembrava… sembrava di svanire, di abbandonarsi al fato, nel regno delle speranze tanto agognate, mentre gli ammortizzatori gracchiavano per le indecenze subite, tanti corvi a stridere. I vetri si infransero “…come un pazzo ubriaco, come neve d’estate in un tramonto di stelle..” avrebbe detto Daniel, ma l’urto contro qualcosa di enorme aveva messo a tacere ogni velleità.


Kramer si riprese nell’ immediato… nell’ immediato per prendere un diretto potentissimo dal suo air bag.

Mai provato? Uno di quei cosi o un pugno tra labbra e naso? Accade che non riesci a gestire più niente.


“Come se si riuscisse mai a gestire qualcosa del nostro essere. L’unica verità dalla quale ci ostiniamo a sfuggire è che siamo senza controllo, tentiamo di apparire gestiti e sensibili alle nostre emozioni, alla nostra fisicità. Ma tutto è fuori controllo….” dissi una volta a Daniel durante una serata brava.


Una delle tante dove il rischio di lasciarci la pelle era terribilmente necessario, corse in autostrada finite bene, ricerche affannate della parte migliore nei jeans, firmando senza destinazione i momenti che sfilavano…


Christian pensava al sesso, e appunto aveva il rapace notturno tra le grinfie quando in successione spasmi e sussulti gli regalarono una tetta enorme a proteggergli la faccia. Sono sicuro che after impact, la belva se la rideva abbandonato nei meandri del suo trip.

Daniel non era più al mio fianco. Lo sapevo. Mentre cercavo di contenere l’erosione della fronte e le punture dei vetri, allungai la mano. Daniel non c’era. Tentavo inutilmente di riprendermi, di afferrare bene le misure e la ragione. Improvvisamente avvertii calore, diffuso da una strana calma, un gas. Una musica serpeggiò nelle mie orecchie poi tutt’ intorno. E capii.

Sorrisi per l’evenienza.


Era tutto un sogno. Una mia storiella creata nell’ immediato per esorcizzare i miei bisogni. Nessun cazzo di incidente. E nessuna melodia distratta stava suonando in quel silenzio e sorridendo mi lasciai prevaricare dai sensi, tuffando tutto nel momento. Accogliendo il bianco e il non senso.

Era certo che al risveglio sarei stato felice.


“..a Da! Non puoi capire cosa ho sognato…che facevamo un incidente da cinebrivido!”


Nelle mie aspettative oniriche Daniel piangeva, conservando oltremodo il suo dannato stile. Solo una volta lo avevo visto piangere e tante lo avevo immaginato al mio funerale, e sempre, dico sempre in quello stile unico. Come chi piange di consapevolezza.

Era certo che al risveglio sarei stato felice, avrei smesso di rimandare, terminato in modo netto ogni tentativo di rinvio, sarei stato felice, perché la vita è questa, e la mia è una serie di momenti, dove raramente riesco a trovare i miei. Sarei stato felice come se accanto avessi avuto una donna speciale, come se fossi stato un grande scrittore, come se la mia fetta di gloria fosse stata saggiata, con un buon reddito, una dedizione certosina alle sfaccettature della vita, come se la mia casa fosse stata di autentico splendore, di aromi tanto sognati, sarei stato felice per Daniel per i suoi testi, per i Concido, per la fantastica cricca di persone che farcivano la mia esistenza. Sarei stato felice nel sorseggiare vini pregiati, per le giacche sgargianti, con l’aria di chi è arrivato, sarei stato felice perché semplicemente lo imponeva la dialettica nelle situazioni. Avrei iniziato subito dopo, al risveglio, a sorridere sempre, ad abbracciare tutti quanti eludendo le strette di mano, sarei stato felice di brillare e mostrarmi autentico, senza paura.


Qualcosa picchiettò sopra il tetto della macchina, sembrava pioggia o forse era musica. Sì, mentre noi quattro se ne stavamo immobili nei nostri ruoli, fuori pioveva. Un manto sottile di nebbia si intagliava nel fermo immagine del momento.

Christian emetteva a intermittenza tentativi. “Ah, singh, sob, sgrunt.”

Fuori dalla macchina, nella nebbia, tra pioggia e note ovattate, presenze si muovevano. Erano gli spiriti dell’albero che aveva contrastato l’urto. Uscirono e fissarono il contenuto di quella scatola di animali. E gridando ostinatamente danzarono intorno, a cerchio. Consacrando la scena come in un rito apache.

Saltando e gridando.

Saltando e gridando ostinati.


Le macchine continuavano a passare nella strada sopra noi. Una si fermò un po’ avanti.

La retromarcia ha sempre avuto quel suono da centrifuga.

Sportelli chiusi forte.

“Oh cazzo!” fece Alex.

“No, no no!” Massi era già intento a scendere verso la macchina.

“Cazzo cazzo cazzo!”

Alex lo seguiva. Scivolò sull’erba bagnata di brina.

“Ahh… cazzo!”


Solo allora gli spettri si destarono dalla danza macabra.

Ostinati mirarono la scena e lentamente svanirono nell’anima dell’albero.


Daniel non c’era più.

“Un film di gente in movimento.

Ora dietro lo schermo s’odono voci di megere, ombre di mezzanotte d’uno sciame sulfureo.

Danzanti nell’incubo ai margini d’un incubo.

Sui loro capi volteggiano nuvole gonfie, in attesa di aprirsi e che non s’aprono mai.

Il cielo vivo, i volti delle stelle.”


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