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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

L'INFINITA NOTTE Tratto dalla raccolta di racconti "Il grido della farfalla"



Ogni notte e ogni mattina nascono alcuni alla rovina

ogni mattina e ogni notte nascono alcuni a soave diletto

nascono alcuni ad infinita notte....

Mentre correva l'oscena pioggia deliziava il suo volto. Stringeva in mano un pezzo di carta e nella foga del movimento sgocciolante si dileguava.

Trascinava la gamba del dolore che non sarebbe sparito mai.

Il viso era una maschera di scandalosa apparenza. La pelle grinzosa e scottata, l’occhio nascosto nel buio… e finalmente l’aveva ritrovata.

L’ape regina…

Imboccò la strada e da lontano vide la luce della finestra. La luce che lei non accendeva mai nelle sere di sostegno con i gruppi. I momenti della preparazione

Quella era la sera tanto cantata… l’infinita notte.

Ansimò e una grinta nascosta s’impossessò del suo corpo scalpitando come anima in eruzione, sogno in gabbia.

Si ricordò che il cancello quella sera era chiuso. Riaffiorarono i ricordi delle fiamme alle sue spalle e addosso il suo corpo di pelle fumante.

Ma ormai...

Il viale tra le fitte gocce sembrava non terminare. E anche se non aveva mai degustato quel panorama sapeva per certo che era sublime.

Le luci distanti dell’auto rimasta in panne lampeggiavano fin lì come un vago faro nella notte.

La pioggia ad aghi consacrava il momento, non avrebbe potuto desiderare avanti…

Arrivò nei pressi del portone e confermò a se stesso che quei mostri per bussare erano ideali...esplicavano in modo esauriente le perfide intenzioni di chi li aveva scelti.

E ora?

Da fuori poteva ascoltare i riverberi gutturali di preghiere e requiem… flash emozionale quando ritornò a quella sera in un attimo.

Nell'istante che le porte si aprirono, le voci smisero di fendere l'aria. Alcune gocce zampillarono all'interno e del trasognato momento non rimase che solo l'intenzione di capire.

Perché?

Cosa l’aveva spinta?

La casa era enorme, troppo dispersiva per poche persone e adatta agli incontri di massa, alle trasmigrazioni di anime. Come amava destreggiarsi in parole la Regina.

Infilò una mano in tasca e ne estrasse una pillola di morfina. Dolori della mente, fragori di corpi bruciati, pensieri e tradimenti.

Per la sua Regina serbava un contenitore… accanto alle pillole. Una boccetta…

A pensarci su, lui era il contenitore, il vaso di Pandora, la porta che separava le due stanze di quella lontana sera e quell’agognato momento presente.

Mentre saliva le scale stile Luigi XIV immaginò quante persone aveva massacrato la Regina, e inevitabile un ninnolo di passione adornò il suo ghigno. Amava l’ape Regina… e questo era un dogma… nonostante tutto.

L’odore di Elisir stava iniziando ad allargarsi, ma le scale rallentavano il suo trascinarsi.

Forse quella gente meritava quel destino, forse le anime che avrebbe sicuramente trovato alla sala sopra desideravano quel fato, ne erano sublimati, ma lui… di quella manciata di giorni che gli rimanevano gestire smaniava sopra ogni cosa, incontrarla di nuovo.

Quando lento abbassò la maniglia, l’unico occhio buono vide un tappeto di corpi nudi adagiati a terra. Tutti vivi ancora per poco. Tutti in balia delle ipnotiche parole della Regina, che nuda e divaricata nel suo trono armeggiava catene e al cielo invocava l’ultimo saluto.

“Cari fratelli del mondo antico noi trapassiamo a notte infinita, lasciamo gli averi, lasciamo gli amori e abbandoniamo passioni e misteri. Innalziamoci verso la luce del nuovo mondo e a esso arrendiamoci, purificando con il sangue la fiamma del nostro spirito.”

Era bellissima, e la pioggia cadde più tempestosa.

Fuori alla finestra gocce disegnavano lunghe sbarre di cella ed era facile giustificare d’ essere in trappola.

Davvero sorrisi impregnavano i volti a terra, se avessero saputo…. La pratica era la solita, ultima cena di droghe e ultima orgia estasiata. Erano tutti imbevuti di Elisir e solo una scintilla piccola e inaspettata avrebbe riportato l’alchimia dei loro corpi da carne a polvere e cenere su cenere.

Tante povere tigri di carta.

Era questo compatimento che muoveva l’opera primaria.

L’ape Regina si mormorava fosse una sapiente, un’eletta del nuovo mondo che profetizzava con così tanto zelo ai quattro angoli del paese. Non si sapeva quanti anni avesse, ma era certo che un binomio mai realizzato era la sua persona. Bellezza e cattiveria.

Leader di una setta, si impossessava di averi e si sbarazzava di avuti. Fiamme…l’Elisir era benzina aromatizzata…cinque incendi… forse sei.

Cinque dozzine di adepti, forse sei.

Ma non quella sera.

Lui ansimava e nel silenzio lei aprì gli occhi e vide il suo che nel crepuscolo della stanza la fissava intensamente.

“Tu chi sei?” voce rauca e arbitraria. Irresistibile…

Non rispose ma avanzando con passi guidati dal rancore calpestò la massa di gente in trance e non disse niente ma le si posò dinanzi fino ad una distanza ragionevole per i suoi intenti.

“Tu chi sei?”

Era sempre bella e rara, e lo sarebbe stato ancor di più dopo che il liquido della boccetta dall’interno della sua mano passò al viso di lei.

Gocce di vetriolo in fiotti scarlatti mentre del capolavoro iniziale del suo volto trasfigurava il dolore.

Si portò le mani al viso, ma con grazia propria solo a una Regina, emettendo un isterico latrato che echeggiò ovunque nella casa fino ad uscire di sotto per la porta in mezzo alla bufera, come uno spirito posseduto.

Stava pagando il suo tradimento, contorcendosi e gridando.

Mai avrebbe dovuto rubargli il lavoro, l’idea primordiale, mai portargli via il suo interesse e l’attenzione dispotica per il genere umano.

Lui era un umanista infondo. L’ultimo degli umanisti.

Tra le sommesse grida la Regina liberò un occhio, cadeva la palpebra sotto la corrosione come inchiostro di qualche invito esoterico.

“Ch..chi sei tu? No… non puoi essere tu!”

Accese un fiammifero e lo gettò in terra. Indietreggiando verso la porta. Ed era tutto.

Avrebbe ancora guardato il divenire della Regina, e poi non si sarebbe scordato di chiudere a chiave tutto. Non come quella sera…non come lei aveva fatto. Poteva tenersi i soldi e il suo ultimo spettacolo di anime pirotecnico.

“Chi sei?!!”

Io sono il Diavolo…e del Diavolo porto l’opera.”

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