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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"Le infinite foglie" 6/7



"Quando stai davanti a un albero, se guardi una sola delle sue innumerevoli foglie rosse, non vedrai tutte le altre. Quando l'occhio non si fissa su una singola foglia, e stai davanti all'albero con la mente vuota, vedrai infinite foglie". Soho

“Per salvarlo dovremmo ucciderlo.” Proferì il vecchio Sadhu rimanendo nell’angolo buio.

“Che significa?” chiese Quell continuando a guardare nervosa verso l’antro d’entrata.

Il Tempio aveva una sola via d’accesso. Se fossero arrivati gli uomini mandati dal padre di Yuki non ci sarebbe stato scampo per loro. Avevano bisogno di nascondersi.

“Sono avvelenate solamente le sue parti umane. Basterà rimuoverle.” Disse spuntando una nuvola di fumo dalla sua puja.

“Ma così facendo lo uccideremo.”

“Proprio quello che ho detto. Quello che resta della sua parte umana è avvelenata, e a breve le neurotossine deterioreranno anche completamente il cervello. Posso clonarlo e riversarlo in un sintetico. Va fatto subito.”


Yuki riusciva a stento a trattenere le lacrime nonostante la tempesta di paura e tristezze la stessero sballottando, cosa che era visibile dal suo sguardo smarrito. Senza il samurai a proteggerla era certa che sarebbe stata catturata e riconsegnata al padre. Non voleva lasciarlo morire.

“Ho bisogno di uno strumento e mentre sostituirete i pezzi io curerò il suo cervello.”

Il Sadhu fumò silenzioso dietro la sua maschera metallica. Solo le labbra spuntavano dagli innesti cibernetici e quella curiosa e lunga barba bianca. Uscì dall’ombra e Yuki vide che il suo viso inquietante era mancante di occhi.

“Seguitemi.” Disse alzandosi e lasciando cadere il sari che lo proteggeva dall’umidità. Il suo corpo era molto scarno e al posto dell’ombelico c’era un occhio sintetico grosso come un arancia.


Quell camminava a stento trascinandosi in spalla il samurai e la sua pesante armatura. Il tragitto fu breve e giunti in prossimità di una delle enormi colonne che sostenevano il tempio, il Sadhu assunse una posizione particolare, restando in equilibrio su un solo piede e alzando la mano destra in un mudhra con le dita. Un rumore ovattato si fece largo tra loro e una parte della colonna si aprì un intarsio che divenne presto un varco. Entrarono passandoci attraverso e una volta dentro capirono che si trattava di una capsula ascensionale. Iniziarono a scendere nelle profondità della terra. Lo spazio era ristretto e Quell sbuffava di fatica. Yuki si ritrovò ad aiutarla ma ogni tanto le era necessario tapparsi il naso. Il Sadhu aveva un odore sgradevole, un misto di cenere ed escrementi essiccati.


Quando si riaprì oltre il pannello della capsula vide un laboratorio molto attrezzato anche se in uno stato d’incuria preoccupante. Un Hindustan più giovane si avvicinò e soccorse Quell nel trasporto così insieme riuscirono a mettere il samurai in una capsula medica di intervento.

“Toglieteli l’armatura.” Disse assumendo ancora quella strana posizione. Quell armeggiò con un display virtuale che si proiettò nell’interno dell’avambraccio sinistro dell’armatura e la corazza si sganciò aprendosi meccanicamente. Dentro c’era il vero corpo di Anayama.

Il Sadhu aveva ragione, c’era rimasto ben poco di umano, i suoi potenziamenti cibernetici avevano sostituito entrambi gli arti inferiori, il bacino, parte dell’addome, il braccio sinistro e l’occhio dello stesso lato era una fotocellula globulare rossa. I capelli erano stati sostituiti con filamenti elettrici che ricordavano le ramificazioni di Yuki.


Parlarono poche parole in un dialetto Hindi e poi il Sadhu infilò le braccia dentro i guanti meccanici che attivarono gli arti chirurgici che avrebbero eseguito il trapianto. Un grande tubo di connessione gli fu collegato dal suo aiutante direttamente nel foro ombelicale che ospitava l’occhio arancio.

“Iniziamo. Speriamo che il grande Shiva danzi per la sua creazione.”

“Diventerà un’androide.” Disse dispiaciuta Quell.

“Androide, Cyborg, Replicante. Quale differenza può fare? Quello che conta è la coscienza. Almeno sarà esente dal supplizio delle sensazioni dolorose della carne e dal triste corteo delle emozioni.”

“Un replicante…”

“Un modello Nexus Z, non un replicante qualsiasi. La prima batteria durerà almeno centodieci anni. La casa di fabbricazione garantiva questa durata.”

C’era poco da aggiungere, il samurai era morto, morte vera. Quello che avrebbe riaperto gli occhi dopo l’intervento del Sadhu sarebbe stata una replica della sua coscienza. Non era poi così tanto differente da un clone umano, solamente che di umano non aveva nulla e forse quello era un bene.


“Di certo sono l’ultima persona a poter parlare visto che ho sparso i miei cloni in tutto l’universo conosciuto.” Pensò il germe della rivoluzione.

Iniziarono i preparativi per la clonazione e il travaso.

A Yuki fu dato uno strumento che non aveva mai visto.

“Quello è un thugsi.” Così lo aveva chiamato l’aiutante del Sadhu. Un giovane Hindi con pochi peli di barba e magro quasi quanto il suo collega.

Lo strumento aveva l’aspetto di una ciotola di una qualche lega poli metallica e un pezzo di legno levigato.


La mano destra della ragazzina si aprì e i suoi filamenti si posarono come granelli di polvere su tutta la superficie interna ed esterna della ciotola. L’altra mano si allungò sulla chioma elettrica di Anayama e da lì entrò in connessione con il suo sistema limbico.

L'operazione durò un’ora in tutto e la vibrazione della ciotola metallica accompagnò tutto il procedimento. Con quella frequenza costante Yuki riusciva a mantenere in vita il cervello di Anayama e fu costretta a vedere parte delle sue memorie in maniera random tutte attivavate da quel suono.


“Quando lo innesteremo, non si ricorderà nulla, bisognerà attendere che il nuovo cervello sintetico si adatti e alla struttura di rete.”

“Avremo bisogno di un posto sicuro per riposare.” Disse Quell porgendo al Sadhu una scheda piena zeppa di crediti.

“So chi è sei tu e cosa ti porta qui. Il mio laboratorio è il massimo che posso offrirti senza mettere a repentaglio la segretezza del passaggio.”

“Andrà bene. Tu sei il guardiano?”

“Una specie.”

“Cosa hai fatto ai tuoi occhi?” chiese Yuki.

“Li ho donati a Shiva in cambio della visione.”

“Dell’occhio che hai nell’ombelico, intendi?”

“Oh no. Quello non è mio, è l’occhio della Dea madre. Sono eternamente connesso al centro della terra.”

“Non temi che possa essere, che so’, crackato o hackerato?”

“Non esiste una tecnologia in grado di farlo. Almeno non ancora.”

Prima di andarsene gli Hindustan lasciarono loro due confezioni di Dalsoup auto riscaldabili. Nel laboratorio le luci divennero basse sulle tonalità del blu. Quell dovette attendere che gli occhi si fossero abituati alla semi oscurità per trovare un giaciglio di fortuna e mangiare qualcosa.

“Vieni a mangiare, ragazzina.”


Yuki non si mosse, era rimasta connessa con il replicante per tutta la notte. Quell la coprì con una coperta raccattata vicino al banco degli attrezzi. Prima di crollare nel sonno guardò il replicante. Avrebbe iniziato a chiamarlo Anayama non appena si fosse attivato, ma ancora la realtà delle cose aveva la meglio nella sua mente razionale. A dirla tutta, guardando bene la pelle sintetica così levigata, Anayama aveva ripreso le sembianze di un uomo.

Tutto iniziò con un suono indefinito. Il suono divenne una melodia costante e onnipresente. Nel buio di quel posto sprofondato nel ventre della terra le sue dita, si mossero, cercando il conforto della spada. Si accorse da subito che si trovava steso su di un tavolo metallico e la cosa fu singolare. Non ricordava ancora come ci fosse giunto e come mai la memoria del suo sentire era totalmente spenta, annullata, diversa.


Non c’era temperatura da sentire, non c’era fame e nemmeno il crepitare di qualunque emozione in combustione dentro l’anima. Il suo essere era calmo e silenzioso.

La mente si schiarì improvvisamente, la sua vista periferica mandava un profluvio di informazioni sensibili sul luogo dove si trovava. Tutte quelle nozioni scorrevano sotto forma di codici criptati dinanzi al suo sguardo per poi essere succhiate dal cervello che le elaborava. Sempre con crescente fervore. Un vago scricchiolio sommesso alla base della nuca era l’unico suono percepito da dentro. Si osservò le mani e rimase in contemplazione per diversi lassi di tempo. Solo dopo si voltò verso la ragazzina che riposava al suo fianco. I filamenti delle sue mani erano ancora connessi ai suoi capelli. Improvvisamente seppe il suo nome e quello che aveva fatto per lui nelle ultime ore.


Yuki aveva conservato la mole dei suoi ricordi e gliela stava reimpiantando in un estenuante procedimento sonoro.

Seppe che fu finito il download quando i filamenti si scollegarono dai suoi capelli corvini.

Quella condizione nuova non gli muoveva nessun sentimento, sapeva che avrebbe dovuto piangere per aver perso la sua condizione umana, seppur travagliata una parte di lui gli suggeriva che quella fosse una condizione ambita. Ma non si disperò e solamente perché non ne fu capace. Mosse dei passi e un gesto automatico lo portò alla sue spade.

Dal gorgo dei ricordi una voce evocò un significato.

“Afferra la tua spada e saprai sempre chi vive dentro te.” Suggeriva la voce del Maestro nel suo ricordo. E lui seguì quella rimembranza fino a rivedere il loro ultimo duello quando quelle parole furono a lui pronunciate. Ricordò il posto. L’albero nel sole del tramonto trafitto dalle infinite foglie.

Stazione orbitante Aizu Wakamatsu. Dove aveva sposato la Via antica della spada.

Afferrò la katana e sorrise.

Quando riaprirono gli occhi, una fioca luce trapelava dalle lampade nell’oscurità. Yuki gli corse in contro. Era il samurai, vestito di tutto punto come la tradizione della sua figura imponeva.

L’armatura si animò dando più luce al posto ed evidenziando il suo viso sereno.

S’inginocchiò per abbracciarla.

“Ho temuto di perderti.” Disse la ragazzina.

“Non c’è più motivo ora sono qui.”

“Tu sai chi sei?” chiese la sua voce timorosa.

“Grazie al tuo operato ne sono a conoscenza. Anayama il cyborg è morto. La sua coscienza è sopravvissuta. Io sono il suo fantasma, Anayama il replicante. Sono tornato per proteggerti.”

Quell gli si avvicinò. Si fissarono illuminati dal bagliore cremisi emanato dall’armatura.

“Mia signora.” Quell l’osservò compiaciuta.

“Sei perfetto. In piedi samurai! E chiamami Quell. Possiamo anche farla finita con questa devozione. Noi siamo pari.”

Gli disse mettendogli nel palmo della mano un oggetto.

Poi gli diede una pacca sulla spalla e andò alla ricerca delle luci del laboratorio. C’era il piano ribelle da portare a termine.

Il samurai guardò lo shuriken con attenzione. Quello era l’oggetto che aveva innescato il moto della sua nuova presenza in quella forma.


C’era un’incisione grossolana sopra, fatta con un’altra lama.

Una dedica.

X Anayama

Puoi abbandonare il tuo corpo

ma preserva l'onore

Non perdere mai la Via

Quell Christ Falconer


(Continua…)


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