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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"Le Oscure Madri Splendenti" 2/3



(2/3)


Quello che stava avvenendo nel contatto era calore. Ma non quel tipo di calore che si aspetta dalla pelle. Era un fuoco fatuo che divampava a ogni respiro, intriso dagli istinti collegati al bagaglio degli avi. Perché si sentiva osservata da ombre intorno a quella piccola fiammella danzante vicino a loro.

Tutto quello che era giusto avvenisse tra un uomo vero e una donna vera, in una notte fredda che prometteva di essere l’ultima.


Kira non si sottrasse a quel momento mentre nell’afrore della notte cruda stava rischiando di morire e ancor peggio di essere catturata dai Kurgan.


Il suo patto infranto era già un pallido ricordo che si sgretolava a ogni dileggio che lo strusciare delle pelli e della carne intima provocava in lei. L’uomo, il suo comandante, si stava scaldando e lentamente aumentava la presa verso di lei. Gli odori dei loro respiri.

Le mani iniziavano a tornare vive di quella vita che permetteva di stringere morbidamente i seni. Sembravano due a essere incoscienti di quella magia, avvolti dalle pelli di animale in quella tenda, stavano giocando una partita alla vita sfidando l’imbattibile madre e signora morte.


Ed era una dolce morte lasciarsi andare alle doti di quell’uomo che più di una volta aveva mostrato affetto, che l’aveva salvata opponendosi alla sua clausura e l’aveva accolta nella sua guarnigione. Lo carezzò, dapprima con energiche frizioni sul possente torace da uomo di guerre, ma le frizioni persero vigore mutando in intense mani fameliche. Si rese conto di quanto poco conosceva il corpo di un uomo. con coraggio spalleggiata dal buio la sua mano scese tra le pelli. Quando gli prese la virilità tra le mani il calore del suo corpo aumentò come i respiri dell’uomo. La sua fica avvampò di quel calore che sempre più di rado si concedeva da sola e mai, mai e poi mai, in presenza di un uomo.


Quella era la prima volta che stesa di fianco a un uomo nudo, seppur incosciente, toccava e si toccava. L’esperienza di scoprire.


Fu il tuono a spezzare l’incanto. La pioggia era prossima nell’aria ma quello che fece tornare il suo spirito al selvaggio da quello che si stava concedendo fu la pesantezza del silenzio all’esterno.



Erano arrivati. I Lupi Bianchi.


Si tolse dal quel covo caldo e si rivestì il più veloce possibile. Gli abiti che le erano stati come una seconda pelle, in quel buio riempito dalla presenza dell’uomo erano scomodi e pesanti. Tuttavia non si distrasse in quelle percezioni e in poco tempo tornò a essere la temuta guerriera. Prese l’arco e la freccia già pronta del materiale infiammabile s’incendiò appena la fece strusciare con la fiamma, ricordandole una similitudine quanto mai piacevole che ancora le solleticava la mente. Uscì dalla tenda e scagliò la freccia verso il cielo. Sembrò il passaggio di una cometa nella sua parabola luminosa. Quello era il segnale di battaglia. Ogni truppa, da quelle di guardia a quelle di ricognizione avrebbe visto nel cielo il segno e sarebbero accorsi per difendere le retrovie.


Le serviva tempo per fuggire. Il momento più lungo l’impiegò nel rivestire quel corpo che perdeva calore, riuscì ad avvolgerlo in tutte le coperte che aveva a disposizione. Poi dovette lasciarlo solo per il tempo di portare la sua cavalla all’interno della tenda e convincerla ad accucciarsi per far salire Ingil. Re’bel, la sua cavalla, non era mai propensa a portare su di sé esseri di sesso maschile. Tollerava a malapena lei. Per questo nessuno voleva cavalcarla.


Le poche tende degli uomini erano state già abbandonate. Quelli ancora abili alla battaglia si erano uniti alle file di quel che rimaneva delle Aquile Blu. A Kira sarebbe toccata l’indecorosa ritirata. Quando riuscì a salire anche lei in groppa, il suono del metallo delle spade e le grida gutturali dei Lupi erano davvero vicini. Utilizzò lo spadone di Ingil e lacerò di netto la tenda uscendo al trotto nella notte illuminata da un’austera luna. Presero mescolandosi con le ombre la via del bosco verso la valle lasciandosi alle spalle la battaglia.


Non si voltò mai a guardare indietro nonostante pensasse continuamente a Udras e a Kylo che indubbiamente erano occupati nella lotta. Per qualche istante lo sconfortò la catturò e trovò quella ritirata un’altra inutile disfatta. Il popolo dei Kurgan era inarrestabile nella sua discesa dalle terre del Nord e il popolo dei Venti, il suo popolo, stava tramontando. Passarono le ore prima che i raggi del sole schiarirono il cielo confortandola. L’uomo che portava con sé era incosciente e se l’era dovuto legare alla vita per evitare di perderselo. Quelle corde sancivano il loro legame di vita in quel momento. Ripensò al calore umano che l’aveva attratta e continuò a scendere avvolta nella bolla di quel ricordo prossimo.


“Su piccola. Ancora qualche passo e ci fermeremo un po’.” Disse a Re’bel che schiumava dalla bocca. Avevano cavalcato per molte ore e la pianura si era aperta dinanzi ai loro occhi. Una sensazione nefasta aleggiava nell’aria che aveva iniziato a scaldarsi, ma rimaneva ancora pungente.


Si fermarono a ridosso di un piccolo ruscello, dove poterono rifocillarsi. Ingil riprese coscienza nonostante fosse debole. La pelle del suo viso era pallida e smunta. Le loro riserve di cibo esigue e i Lupi Bianchi sulle loro tracce.


“Se continueremo per riunirci agli altri a valle verremo catturati.” Disse Kira rivolta al suo comandante. Era debole ma da quando aveva riaperto gli occhi la guardava in un modo diverso. E lei non era abituata a sostenere quel tipo di sguardo. Si sentì vista, addirittura sotto gli indumenti. Ingil era seduto con le spalle addosso a una grande roccia che il sole aveva riscaldato per tutto il giorno e che ora stava restituendo quel calore alla schiena intirizzita dell’uomo.


E poi, pensò “Nemmeno si ricorderà di cosa abbiamo fatto.”

Il dilemma fu presto svelato.

“Grazie per quello che hai fatto stanotte.” Disse con un filo di voce. “Conosco il giuramento che è richiesto di fare alle donne.”

Kira si pietrificò.

“Non potevo lasciarti morire.”

“Avresti potuto.”

“Ma non l’ho fatto.”

“Per fortuna.”

Finalmente sorrisero guardandosi.


Dalla collina alle loro spalle Kira notò molti scintillii che la luce del Sole rimandava verso di loro. Erano i riflessi dei raggi che rimbalzavano sulle lame dei loro inseguitori. I Lupi Bianchi non avevano mollato, non erano stati rallentati dalle linee di resistenza. Loro volevano il Comandante poiché era l’unico della guarnigione a conoscere il passaggio dei cunicoli sotterranei per entrare nella Città dei Venti.


“Li abbiamo alle costole!” Gridò Kira.

“Dobbiamo muoverci.” Proseguì Ingil. Recuperarono in fretta e furia le loro cose e rimontarono a cavallo. Questa volta legarsi fu un procedimento più veloce e subito dopo si lanciarono al trotto cercando disperatamente di fuggire.

Dinanzi a loro si ergevano due enormi montagne e quella che primeggiava alla loro sinistra aveva minacciose nuvole scure intorno alla vetta.

“Maledizione. Non riusciremo a distanziarli.” Fece Ingil sembrando più in forze. Le aveva stretto le mani intorno alla vita e nonostante quel contatto fosse piacevole e stabilizzasse il loro andamento Kira si sentiva rigida.


“Ci riusciremo.”

“Queste terre sono maledette e quella montagna è infausta.”

“Non pensavo credessi a cose del genere.”

“Quella è la montagna dal Varco Proibito.”

“Quella è Nemuna?” chiese stupita.

“Sì.”

“Non credevo ci fossimo spinti così a ovest.”


Quella montagna.. quante volte aveva fantasticato da ragazzina pensando di imitare le gesta delle donne che l’abitavano.


Il popolo dei Venti aveva bandite quelle terre e le donne che le abitavano erano passate dal mito al proibito attraversando un secolo di storia. Si diceva che fossero cannibali, che fornicassero con i demoni e che nessun uomo poteva sostenere il loro fascino.


Le chiamavano le Oscure Madri Splendenti e vivevano sul monte Nemuna. E nessun uomo negli ultimi tempi aveva varcato la soglia del confine delle loro terre.


Sorrise solo al pensiero.

Avvolta dall’eccitazione di questi ricordi adolescenziali, Kira decise dove dirigersi per tentare la salvezza.


Il problema si presentò alle loro spalle dopo quasi un’ora di marcia forzata. Re’bel era una bestia forte ma era sfinita da quella fuga e rallentava continuamente. Due dei Lupi Bianchi si erano distanziati dal branco accelerando il passo e ora erano giunti a poche centinaia di metri da loro. A quella velocità in meno di dieci minuti sarebbero stati costretti a ingaggiare battaglia e Ingil non era in grado di combattere. Sentiva la sua presenza svanire e perdersi nell’andamento del trotto e riprendersi ogni volta che la testa gli sbatteva contro la schiena di lei.


Questo significava morte certa e morire sotto quella montagna, fuggendo e senza lottare non era quello che aveva sognato nelle notti da ragazzina nella Città dei Venti.


Erano giunti al bivio dove la pianura si stringeva in un ameno imbuto di gole che seguendole portavano alle pendici del Monte Nemuna e più su fino a perdersi nelle nuvole nere.


Re’bel rallentò di colpo fino a crollare sul fianco e farli rovinare a terra. Kira riuscì a malapena a liberarsi della cinghia che la costringeva all’uomo e mentre afferrava il suo arco non poté distogliere lo sguardo dai barbari Kurgan che stavano arrivando al galoppo pronti a lacerare le loro gole con i loro metalli. Mentre incoccava la freccia poggiandosi sul ventre della bestia che respirava affannata, i loro ghigni malefici erano un terribile avviso di quello che le avrebbero fatto prima di ucciderla.


Il braccio era stanco e la prima freccia prese la coscia di uno dei due. Solo qualche millimetro più in alto nella mira e avrebbe fatto centro con la sua gola. La seconda freccia le cadde e nonostante stesse mettendocela tutta poteva dire addio e prepararsi a soffiare il bacio di saluto alla vita.


Erano appena dieci metri forse meno. Nessuna immagine le passò dinanzi alla vista se non quella di un’ombra grigia saettante nel cielo. Un’aquila. Che si abbatté contro uno dei Lupi facendolo rovinare a terra. Mentre il rapace riprese il volo, l’ultimo barbaro rimasto fu sopra di lei lanciandosi in corsa dal proprio destriero. Kira fece appena in tempo a estrarre la sua lama corta quando fu travolta dal peso del suo nemico.


Rotolarono per qualche metro mentre l’inutilità di Ingil e del suo cavallo si perdeva nell’osceno assistere.


Le fu sopra e la colpì in volto facendola sanguinare. Le bloccò i polsi con le sue mani rozze e la forza bruta del barbaro la sovrastò.


Nel trambusto non ne fu convinta ma le sembrò di vedere a pochi passi da lei un’ombra ostinarsi ad assistere. Kira era troppo impegnata a cercare di vivere per preoccuparsi delle ombre ma era una lotta impari, un duello già perso. Il barbaro sopra di lei la brancava e sorrideva stolto e maligno mentre prese a leccargli il volto e a slacciarle le vesti. Lei sgranò gli occhi ma era troppo piccola la sua statura per pensare di riuscire ad avere la meglio mettendola sulla forza. L’immobilizzò con il peso del suo corpo. Ingil era svenuto nella caduta e anche se ripreso, solo i suoni erano la cruda realtà del suo essere presente. Il membro violento del barbaro le sfiorò la carne, quella parte che ore prima aveva brillato nel buio e in quell’attimo fatale la smorfia dello sdegno dipinse il suo volto nell’ultimo baluardo delle sue difese. E riuscì ad affondare le zanne nel collo del suo persecutore e percepire il battito del sangue caldo sotto i denti prima di serrarli in una stretta micidiale e strattonare indietro.


Le ostilità cessarono immediatamente. Il barbaro si issò sulle ginocchia portandosi le mani alla gola e gemendo tra i zampilli scarlatti del sangue. L’ombra compiaciuta osservava a pochi metri. La bocca di Kira era piena della carne strappata e se ne liberò con uno sputo divincolandosi e allontanando il suo corpo dallo sguardo stupefatto del suo nemico. Nuda delle vesti inferiori corse a recuperare il suo arco e la freccia si incoccò al primo colpo tendendosi e tagliando l’aria nel suo tragitto verso quel che restava della gola.




Cadde a terra esanime.

Il silenzio tornò a regnare alle pendici del monte.

Kira respirava ansimante. L’aquila scese in picchiata e le passò a fianco facendole perdere l’equilibrio.


Quando si voltò, tra i cespi d’erba vide il rapace sulle spalle dell’ombra. Una donna e il suo Diamond.


La fissava gentile e compiaciuta. Una massa di capelli rossi e ora animati da serpenti vivi che le strisciavano armoniosi.


“Figlia.” Disse. “Il tuo vagare è compiuto.” Le porse la mano avvicinandosi. Kira si alzò in piedi.

“Se vuoi apprendere il segreto del tuo Femminino Sacro, seguimi. Io, Lithiá mi penderò cura di te e del tuo destriero e ti presenterò alle antiche madri.”


Ne era certa, quell’ essere evanescente era un’Oscura Splendente.

Si voltò e le indicò la strada invitandola a seguirla.


Dopo pochi passi si voltò di scatto e dalle vesti lunghe e celesti l’indice minaccioso indicò.

“Lui no. Non può attraversare il varco.” Disse la sua voce risoluta.

L’aquila sbatté le ali irritata.


(Continua…)

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