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Roberto Frazzetta scrittore

 
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"Mercedes Benz"




Un ultimo sguardo di puro disprezzo. Poi esce dalla macchina e va verso la notte attraverso la

pioggia. Non dico nemmeno aspetta per evitare le conseguenze!

Sbatte lo sportello e la mia Mercedes Benz vibra pericolosamente incassando il colpo.

È fatta. Un’altra donna mi odia perché l’ho trattata male.

E nei sogni non posso sfuggire arriverà lei a prendermi a schiaffi.

Tanto vale tornarsene a casa. La Mercedes 190 blu chiara carta da zucchero si muove snodata

mentre manovro. Mi accendo una rossa e aspiro avidamente... la macchina è un prestito di mio

zio per alcuni giorni. Dopo l’incidente sono rimasto a piedi. In realtà non è nemmeno più di

mio zio, l’ha venduta e tra qualche settimana partirà per qualche fortunato proprietario

senegalese.

Tuttavia mi da un certo prestigio, un crocevia tra un pusher anni 90 e un giostraio.

Serata andata decisamente male, purtroppo scado velocemente dopo pochi giorni dalla prima

apertura. Sono un po’ dispiaciuto, ma almeno so che rivedrò la ragazza dei sogni. La rossa.

Puntuale come un orologio arriva sempre quando tratto male qualcuna. Dice lei di essere la

mia coscienza.

Accendo lo stereo e radio rock, no pop, no funk, no jazz, only rock with radio rock, sta facendo

girare la sua Cry.

Sospiro. È già sulle mie tracce. Non posso sfuggirle nemmeno questa volta. E probabilmente

non ne ho voglia.

Penso ancora a lei mentre entro nel mio appartamento freddo. Lo avevo anche rassettato con

l’intenzione di un programma a due.

Mentre mi spoglio penso vigliaccamente di prendermi una di quelle pastiglie per il sonno

senza sogno. Invece dirotto le mie intenzioni verso l’angolo delle bottiglie.

Southern Comfort. Due bicchieri.

Tanto vale farle trovare il suo preferito.

Me ne tracanno un po’ e nello stereo della stanza da letto faccio girare il suo disco. Il volume è

moderato, eppure sembra di averla già qui.

Mi sdraio con tutte le scarpe sopra le coperte. Viva le piccole concessioni. Ascolto e sorseggio. I bicchieri sono sul comodino, accanto al posacenere e il pacchetto di rosse. Una è già pronta.

Mi si chiudono gli occhi, e sento il sonno arrivare. Le mani mollano la presa della bottiglia.

Avverto il tutto avvenire da molto lontano e non ho voglia di fare nulla.

Invece la bottiglia viene sfilata, non proprio elegantemente. Il rumore del liquido che si riversa

nei bicchieri. Provo ad aprire gli occhi... un sonoro schiaffone mi travolge il viso.

“Cazzo!” faccio io.

Apro gli occhi e con la mano mi carezzo la guancia. E ne arriva un altro.

“Merda!”

“Lo hai fatto di nuovo? Vero? Sei proprio un figlio di...”

“Janis! Ti stavo aspettando.”

“Lo credo bene, cazzone!” e ne butta giù uno.

“Quanto sei bella vestita così.” Le faccio.

“Non uscirai da questa merda con i complimenti.”

“Lo so. Almeno te l’ho detto. Non c’è speranza che tu mi canti una canzone?”

“Non sono la fata turchina! Quando la smetterai di trattare male le donne? Ogni volta che tratti

male una donna prendi a schiaffi una delle tue parti più profonde. Tratti male te stesso.”

“Ma l’hai vista?”

“Mi dici come riesci a mandare tutto a puttane ogni volta?”

“Non lo so, puro talento.”

“Stronzo. Sai chi mi ricordi con quest’aria strafottente?”

“Chi?” “Quello che hai attaccato al muro. E incorniciato per giunta.” Mi volto e vedo la gigantografia del Re Lucertola. “Jimbo? Ho anche un tuo poster però.” “Stronzi nello stesso modo, una volta gli ho sfasciato una bottiglia in testa e l’ho lasciato tramortito in un parcheggio.” “Balle...” E mi da un altro schiaffo. “Ok, ok. E che ti aveva fatto Jim?” “Faceva lo stronzo. Come te. Lo vuoi capire? Te lo vuoi ficcare in quella zucca che non si trattano male le donne?” “Lo so, hai ragione ma questa era indifendibile.” “Avanti spara. Cosa le hai fatto?” “Senti Janis, voleva mettere un cd della sua musica.” “Sei uno sporco fascista! Solo quello che decidi tu... non funziona così, bisogna accettare le alternative che gli altri ci propongono... la musica è libertà di espressione.” Dice seduta al lato del mio letto mentre raggrinziscono gli occhi da dietro le lenti ovali della montatura. La Marlboro rossa pende dalle sue labbra. La fiamma l’accende. “Alcune cose nel mio stereo non gireranno mai. Tanto mai “Relight my fire” dei Take That. È una questione di principi.” “Chi cazzo sono i Take That?” fa Janis. “Beata te, che ti sei risparmiata questa piallatura di palle.” “Sono così deplorevoli?” “Hai presente l’energia di Woodstock?” “Chiaro.” “L’antitesi.” Tracanna direttamente dalla bottiglia e me la passa in silenzio. La sua mano è piena di anelli e noto il tatuaggio sul suo polso. “Allora ragazzo, ti devo delle scuse questa volta.” “Vuol dire che canterai per me?” “Forse... ma non prima di aver scaldato le mie corde con questa. Fammi posto.” Dice scuotendo la mezza bottiglia tornata nelle sue mani. Mi sposto lasciandole spazio. “Ma è vera sta storia delle corde vocali?” “Certo che è vera. Tutte le volte che scendevo dal palco dovevo vedermela con un tremendo mal di gola. Judy, la mia insegnate di canto, mi diceva : “ Janis, non puoi andare avanti a cantare in quel modo... rischi di spaccarti le corde vocali , forse dovresti abbassare le canzoni di mezzo tono... altrimenti tra tre anni non canti più”.Io avevo venticinque anni... ero la regina del rock.” “Continua...” “Le dissi: senti Judy sarai anche la mia maestra di canto ma sai che ti dico...vaffanculo... io canto come cavolo mi pare. Sei licenziata!” “A proposito di come si trattano le persone.” “Sta zitto!” ride e mi da un pugno. Spero che questo sogno continui. Io e Janis a bere sul letto di casa mia. “Mi aiutò Ron Pig Pen.” “Il tastierista dei Grateful Dead?” “Lui. Ron Mc Kernan, mi disse fidati Janis, fattene un goccio prima uno dopo aver cantato. È un tocca sana per la gola.” “Ma che c’è dentro?” ​

“Il Southern Comfort è un liquore inventato a New Orleans nel 1874 da un barista, un certo Martin Wilkes Heron, che Dio l’abbia in gloria, il giovane fece un mix di alcol, frutta, spezie e sapori di whisky. Ha un forte contenuto zuccherino e come tale produce un effetto anestetizzante sulle corde vocali. Questo mi disse il mio amico.” “Specie, se ingerito in quantità elevate come eri solita fare, eh Janis? Hai preso alla lettera il consiglio di Pig Pen.” “Direi di sì. Ho chiesto alla ditta di Southern anche un compenso economico pubblicitario. E dopo un anno mi hanno regalato questa pelliccia di Lince. ” Ed ecco svelatomi il connubio inscindibile tra Janis e il Southern Comfort. Ci pensa un po’, si fa seria e dietro le lenti gli occhi brillano. “Ragazzo, cerca di smettere di bere, questa bottiglia può essere considerata anche come il feticcio della mia tristezza, della mia infelicità, del mio male di vivere, in una parola del mio blues.” “Tesoro, bevo solo il diciannove di ogni Gennaio. Un brindisi per la mia Regina.” “Sei un tesoro, mi ti farei se solo non fossi così stronzo. Dai, questa volta ti canto una canzone.” “Dici davvero?” “Sì però tornerò a pestarti ogni volta che tratterai male le donne.” “Eccetto che non sia per ragionevoli motivi musicali.” “Andata.” Janis si mette seduta sul letto mi guarda, sorride. “Senti questa.” Quando canta, è come se ci s’innamora per la prima volta, vederla è un’esperienza emozionale, fisica suprema. C’è qualcosa d’immorale, di brutale e d’inarrestabile nella sua profonda espressività, resistente al tempo, immortale... Il suo cantare è un atto d’amore incondizionato.

“Oh lord won’t you buy me a Mercedes Benz. My friends all drive porsches, I must make amends. Worked hard all my lifetime, no help from my friends. So oh lord won’t you buy me a Mercedes Benz Oh lord won’t you buy me a color TV.”




Janis Joplin saliva sul palco e la prima nota era un razzo che esplodeva nel cielo. E quel cielo

cadeva a terra, frantumato in milioni di pezzi, e sembrava di poterci camminare sopra. Ti

trascinava nella sua onda di energia e ti catapultava in fondo a te stesso. Janis ribaltava tutto. E tutto perdeva e ritrovava un senso. Tutto fuggiva e ritornava.

Se è difficile definire il blues solo un genere musicale, è più facile comprendere l’anima del

blues proprio attraverso Janis Joplin.

La sua capacità, da vera artista, di trasformare la sofferenza in meraviglia, andava di là degli

eccessi in cui si perdeva.

Sapeva poi tornare.

E lanciare nell’aria la sua anima blues diventata voce e ritmo. Mi viene in sogno ogni qualvolta

la mia coscienza blues ha bisogno di ricordarmi la gentilezza.

Grazie Janis. Grazie o mia Regina di Cuori.





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