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Roberto Frazzetta scrittore

 
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...MINIMO IL BATTITO Tratto dalla raccolta di racconti "Invisibili"



Fa portare l'arco di Ulisse: colui che saprà tenderlo ne avrà la moglie e il regno…”

Odissea canto XIX

“So che un braccio dopo l’altro porterò a destinazione questo corpo calpestato dalle tue rigide mancanze.”

Canticchiava Nausica mentre la pioggia grondava decisa dall’alto verso il basso, gocce bagnavano le sue mani mentre apriva la sacca.

Suoni amplificati dalla mantella.

La bicicletta era riversa a terra nell’erba e l’albero nascondeva da ogni indugio.

Estrasse il ferro. Ogni volta che le sue mani ne entravano in pieno contatto era sempre la stessa sensazione… irrefrenabile la forza.

Con maestria e uno scatto l’arco si aprì.

Nausica cantava più che altro per allontanarsi dalla realtà di quello che stentava a credere vero.

E lo stava facendo, nonostante l’agitazione e la pioggia era lì, sulle pendici di un colle, nascosta dietro un albero con la sua passione tra le mani… pronta per scoccare. Di certo nessuno vedendola in quella cornice oltremodo romantica l’avrebbe scambiata per una sorta di apprendista cupido!

“Tanto qui passi…e qui ti aspetto.”

Nausica aveva un piano e questo progetto si intitolava “presentare il conto”.

Con fredda lucidità scelse la posizione ottimale, calcolando la luce grigia del tramonto.

Il suo target era indicativamente un lampione…

“La luce prima di tutto! Se non puoi vedere più che bene non riuscirai mai nel centro!” quante volte glielo aveva gridato nelle orecchie suo padre, che per la situazione esigeva d’esser chiamato maestro.

A volte l’esigere è un desiderio così intimo.

Ora quelle che una volta serpeggiavano a grida erano pacati segreti.

Movimento numero due. Scelta della freccia.

“Una freccia leggera ti assicura la precisione ma non la distanza! Calcola sempre le lunghezze e le condizioni atmosferiche. Il vento… considera il vento.”

Suo padre preferiva le frecce un po’ più grevi, poiché…

“..richiedono una concentrazione e anche un atto fisico maggiore del solito… ma quando arrivano..” Ricordò il sorrisino del suo maestro quando scoccava una di quelle. Era molto vicino a ciò che lei neofita credeva fosse realizzazione.

In balia di quei ricordi scelse.

“Ho attraversato giorni da diluvio universale, ora so scivolare sull’acqua...è una questione orizzontale..”cantava mentre inevitabili le immagini iniziavano a presentarsi alla sua fantasia.

“Adatta la canzoncina..” disse tra se mentre cominciava a scaldarsi le spalle e le braccia.

“Brava… il riscaldamento è la colazione di ogni buon tiro…” mormorava ogni volta il maestro tra i piegamenti.

L’arco era da molte libre, la tensione delle corde consistente… quello che lei adorava e il tempo era appunto diluvio.. nessuno avrebbe azzardato uscite con un tempo da lupi così… ma lui no .

Lui sarebbe passato. Era certezza la sua, data dalle svariate spie, lunghi momenti nascosta ad osservare. Pedinare e accumulare dettagli di un'altra vita mai più vita…

Aveva capito che lui era affetto da una specie di fissa patologica per il footing. In realtà un podista. Un ex poliziotto. Che correva. Cercando di sfuggire a chi? Ai sensi della sua colpa… lei lo sapeva per certo.

Non che tutti i poliziotti o ex poliziotti che corrono scappano tutti ai sensi di colpa!

Ma quelli che corrono sotto la pioggia, quelli si!

Nausica ne era assolutamente convinta e anche se un angolo di se identificava queste idee alla branca della psicologia spicciola, lei sapeva che era così! Ne aveva le prove!

E mentre i soliti ragionamenti schiamazzavano, il cuore le cominciò un trotto.

“…tieni al minimo il battito…controlla che il respiro non ceda!” parole sante.. sempre quelle del suo maestro.

Nausica respirò ancora e ancora senza mai distogliere lo sguardo dall’orizzonte. Si impressionò di quanta intenzione… e del tempo speso ad aspettare.. ma il tempo lavorava a suo favore.

Aveva imparato a dominare l’impazienza e a contenere i gesti avventati.

Una goccia forse mimò una lacrima sul suo viso e ripensò a quel giorno… un giorno di anni indietro, quando lei e il suo maestro stavano festeggiando la sua vittoria! La loro vittoria.

Eh si, perché Nausica era un primato mondiale nella sua specialità. Una campionessa con l’arco, merito soprattutto del suo maestro che nella tradizione le aveva passato non soltanto la consegna di quella nobile e centenaria arte. No non solo, le aveva tramandato la vita, o quello che significava per lui. La pazienza, la perseveranza, l’intento nella ricerca del centro, la forza di non distogliere lo sguardo dal bersaglio, mai! La buona vita nei boschi, i bersagli di paglia, le sconfitte e le paure.. tutto ora era sedimentato e trasformato da piombo in oro! E quel giorno lei aveva potuto mettere in pratica, la sua fetta di gloria… per onorare il suo maestro e se stessa, cosa che a volte le rimaneva arduo avvertire i confini.

Ma se la sua vita roteava intorno ad un arco ed una freccia, proprio la rapidità di quest’ultima le aveva tolto tutto.

“L’arco da, l’arco toglie.. non si può perdere l’obiettivo, ora è il momento di mettere in concretezza l’arte dell’arco nella vita..” il maestro si faceva amare e mai perdeva l’occasione di tramandare. Nausica lo guardava con ostentata ammirazione poiché suo padre era il suo maestro…

“Anche quel giorno pioveva…” pensò fissando la strada sotto. “..e sempre per strada”

rabbrividì leggermente a quella coincidenza, ma ora no, era un lusso che non poteva permettersi… quel giorno non era stata attenta.. e mentre il maestro l’abbracciava sotto l’ombrello Nausica aveva pensato di essere una persona fortunata per quello che la vita le stava dando…

Poi il silenzio denso…e più nessun abbraccio.

Mai più.

Una macchina li divise.

Ad una velocità tale da spaccare il loro muro di unione nell’istante, come una freccia.

Si ricordava solo due cose…in alto il cielo nero e da terra il volto di un uomo che veloce risaliva in macchina e si allontanava portando con se scie di luci rosse e la luce del suo maestro.

Suo padre era morto.

Lo seppe per certo quando si risvegliò, era incurante delle sue gravi ferite, delle fratture, del dolore al volto che non riusciva ad articolare nemmeno le parole… avrebbe voluto morte.

Per un altro anno desiderò la morte quando la vita perse significato, quando nessun perché aveva esito, e quando seppe che il tempo avrebbe potuto salvare suo padre e quella che lei sola stava affrontando sarebbe potuta essere una battaglia da condividere in due, un ulteriore collante nella loro vita.

L’uomo non si era fermato ne lì ne altrove… era sparito nel nulla.

Un anno per darsi pace, mesi per accettare ma ogni volta che l’arco era nelle sue mani…tutto era vano.

E così aveva deciso di auto distruggersi… un giuramento solenne.. aveva scelto di dedicare la sua intera esistenza, tutti i giorni alla ricerca di giustizia, del tanto disprezzato occhio per occhio.

Quello che si crede è realtà.

Non sopportava più specchiarsi e si liberò dagli specchi che aveva in casa, ma non poteva liberarsi con la stessa facilità dagli occhi delle persone che ovunque la scrutavano come un animale curioso o un mostro, una maschera dalla rara avvenenza.

Una maschera… si.

La sua vita era stata sempre una bella maschera dove lei a tergo, poteva sentirsi forte, prendersi il privilegio di evolversi e apprendere la bellezza, vivendo pienamente nel ruolo e mostrandosi sicura, incantando addirittura chi della facciata ammirava solo i lineamenti più esterni.

La portatrice dell’apparenza, spogliatasi della propria identità, aveva fin da piccola impersonato l'essere raffigurato dalla maschera. Ma quale?

Nausica la bimba prediletta… La brava figlia… L’allieva assetata di luce…

Che persona aveva mostrato a tutti dietro quel riparo e adesso cosa vedeva il resto del mondo in lei?

La tortura dei dubbi…

Ora che la maschera era stata strappata, portata via a sangue?

Ora che si era sgretolata, così.. all’improvviso?

Nausica capì che ogni cosa vista, studiata e addirittura minuziosamente sezionata non è realtà.

È artifizio, è soltanto un'altra congettura, un'altra maschera di pelle che odora di paura macchinata per il momento..

“La realtà non è reale!”

Il reale risiede nel supremo…

Le sue paure avevano reclamato e gridando ostinate e vili si erano presentate. Nausica si sentiva sola, incapace di proseguire, di camminare con le sue forze, senza coraggio di guardarsi veramente… e l’arte appresa era così maledettamente vana lontano dal suo maestro.

“Ecco chi si nascondeva dietro la maschera..” continua a ripetersi cercando di reagire… ma solo un pensiero sembrava portarle sollievo.

Vendetta…

Quello che si crede è realtà.

Lo incrociò due anni dopo, quando sulla soglia di una nevrosi lo aveva visto in un negozio di alimentari. Viveva non curante la vita.

I formaggi le caddero dalle mani… “No, non può essere…reale.”

A volte è la vita che insegue, come se agisse in totale indipendenza per dimostrare che non è affatto vero. Non sono i pensieri causativi, non sono le azioni effetto e causa, è il destino, stato da attribuire certamente non alla responsabilità individuale!

Ma questo anche se comodo, sembra ma non è reale…

Dal principio le sembrò un suo ricordo mascherato.

Il posto era lontano e il volto dell’uomo così diverso che stentò per lunghi lassi di tempo. Lui non la riconobbe di certo… Nausica si rese conto dagli occhi.

Dicono che negli occhi è impressa l’anima nella sua essenza più pura… e quando li fissò vide.

Vide un ombra che tra la pioggia correva. Era lui!

Stava arrivando!

Il cuore salì alla gola e le mani lievi tremarono.

“È il freddo!” si costrinse.

“…tieni al minimo il battito…controlla che il respiro non ceda! Tengo al minimo il battito, controllo che il respiro mi segua.” Riprese a cantare sommessa mentre i muscoli della schiena si contrassero per la tensione.

“Quando l’arco è teso arriva un momento in cui si sente che se non scagli immediatamente perderai il colpo..” la voce del maestro durante il suo ultimo torneo.

“Finché tenterai di arrivare al momento in cui scoccare la freccia non apprenderai mai l’arte degli arcieri! La volontà irruente turba la precisione del lancio..”

L’arco era teso… “ora tornerò a sognare coi miei occhi scintillanti..”

Un lampo immortalò di luce il momento e lampeggiò la sua faccia dura dalla concentrazione e la cicatrice che le solcava il volto si illuminò diramandosi fino alle labbra.

Le dita si allentarono e della tensione non rimase che un flebile oscillo.

Il dardo tagliò l’aria, portò con sé gocce d’acqua e veleno, sensazioni e dolore di qualcosa che mai più sarà, sogni mai da realizzare, parole non più pronunciabili, e anche dannazione.

Lo trafisse al collo mentre passava sotto il lampione. Il podista si portò le mani alla bocca, sangue come bava e senza emettere suoni degni di tale appellativo si accasciò in terrà, morendo.

Per lunghi concitati minuti la pioggia cadde violenta, mescolandosi a liquidi rossi… come quel giorno.

Nausica si scoprì del cappuccio, i capelli erano legati. Li sciolse. Si allontanò dall’ albero senza posare l’arco e piangendo carico per l’ultima volta la sua freccia…

Stunk!

La carta del giornale rimase conficcata tra albero e punta. Un giornale vecchio…per un incidente mai dimenticato.

“…tengo minimo il battito….” per non farlo scoppiare in petto.

Gettò in terra l’arco. Si liberò della mantella. Guardò ancora il cielo grigio e rialzando la bicicletta si allontanò per sempre…

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