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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"My Time Has Come"

Aggiornato il: 21 nov 2018




29 Maggio 2017

Ci sono, ho viaggiato molto per essere qui in questo momento, i sedili dell’American Queen sono scomodi, penso sia questo il motivo per cui sono solo in questo improbabile giro turistico. Solo una coppia di ragazzi irrompe nell’ambito della mia solitaria gita, sorridono e si spingono nei sedili avanti sorseggiando felici dalla loro bottiglia. Forse festeggiano. Per me non c’è nulla da festeggiare. Sono vent’anni che porto questo lutto e forse lo porterò per sempre. Sono quasi le ventuno e il pilone di cemento del ponte sopra la mia testa è a pochi metri da me. Un tenebroso blocco di cemento. Le acque scure del Mississippi, c’è tutta la vita della musica in queste acque e purtroppo anche morte…respiro lento. Ripenso. Lo sguardo si fa vitreo e fisso. Tutto mi diventa poco reale, tutto quello che c’è di me attraversa i veli del tempo, li infrange senza sosta fino a che quella che potrebbe essere un’allucinazione irresponsabile diviene visione reale. E ti vedo. Divento mio malgrado uno spettatore spettrale. Una macchina si ferma sulla sponda e so che sto vedendo indietro nel tempo, quel determinato momento…


29 maggio 1997 poco dopo le 21.00 Memphis Tennessee rive del Wolf River lo sportello aperto della macchina lascia uscire indolenti le note di Whole lotta love, Keith apre un'altra birra.  Hai sentito un brivido quando l'acqua del fiume ha bagnato i tuoi stivaletti, ma tu amavi quei momenti, come li chiamavi tu, bagni di purificazione. Domani saranno qui i ragazzi per incidere nuovamente il nuovo album. Fa caldo e tu indossi stivaletti neri e una t-shirt con la scritta “Altamont”. Sei sempre così custodito in te.  È stata tua l’idea di “andare giù al fiume”, nei pressi del porto fluviale. Keith porta la radio sulle rive, mentre l'acqua ti arriva ai fianchi e bagna jeans e lembi di maglietta. Che c’è? Pesa ancora troppo il tuo sogno infranto? Hai l’aria di una persona che aspetta di morire. Ma tu non la cerchi la morte, tu aspetti lucidamente. Non vuoi suicidio perché tanto la vita è uno schifo. Non speri di morire prima di diventare vecchio, perché alla fine è sempre meglio bruciarsi che spegnersi a poco a poco. Non credi neanche all'equazione "sesso, droga e rock' n' roll", tu vai oltre. In quel limbo dove pochi accedono. Non c'è posto per la depressione dell'arte, stasera hai un appuntamento inaspettato, stasera lasci tutto alle spalle e l'acqua ti avvolge come un mantello, le chiavi nelle tue tasche smettono il bisbiglio metallico. Quante ne avrai avute? Una quarantina? Chiavi per scrigni segreti. Intoni la canzone dei Zeppelin. Want to whole lotta love. Cosa può desiderare di più il tuo cuore? Una canzone, l’amore, la luna, un bagno. Un battello attraversa a largo il fiume. Crea pericolose onde. Keith ti avverte ma è preso a impedire all'acqua di uccidere la musica dello stereo. Lo sapevi vero? È sempre stato tutto nei tuoi versi. "Ecco che viene la mia ora, non ho paura di morire, la mia voce sbiadita canta dell'amore." Whole lotta love. Keith non ti vede voltandosi. Grida il tuo nome. Ma tu sei altrove, nelle tue tombe coralline. Forse le chiavi ti hanno impedito di uscire dal gorgo, il peso degli stivali. Sento le note della tua canzone, è un organo da messa funebre "Lover, You Should've Come Over". “…as their shoes fill up with water”. Cos'è stato questo? Un presagio? Una premonizione? Sono i tuoi versi che più hanno alimentato la mia curiosità morbosa. Jeff, scomparirai principalmente a causa dei tuoi stivali, che si stanno riempiendo d'acqua, e ti trascineranno a picco giù nel fiume! L'acqua che tanto temevi alla fine è venuta da te. Quel giorno io ero davanti all’acqua, come oggi del resto su questo maledetto battello dall’altra parte del mondo. Penso a questo nello spegnersi del mio vedere. Non esistono risposte, solo domande. Vero Jeff?



Jeff entra nel Wolf River e comincia a nuotare. Canta insieme a Robert Plant, canta il ritornello di Whole Lotta Love, mentre l’amico a riva si sgola, pregandolo di fare attenzione. Lo invita un paio di volte a uscire. Jeff continua a nuotare fino ai piloni del ponte autostradale che attraversa il fiume. Ormai è quasi buio. Keith gli urla di stare attento: c’è un battello che arriva dalla direzione opposta. Jeff si sposta, ma evidentemente troppo tardi. La corrente provocata dall’elica del motore del battello lo tira giù. Keith non si accorge di nulla; l’onda provocata dal passaggio del barcone gli finisce addosso. Una questione di secondi. Quando torna a guardare verso il fiume, Jeff è scomparso. Il cadavere viene ritrovato solo il 4 giugno, avvistato da una barca di passaggio. Nel suo sangue non vengono ritrovate tracce di droga, né una quantità significativa di alcol.  Jeff Buckley aveva 31 anni.


La più grande qualità di Jeff è stata quella di non attingere mai dal campionario del padre Tim, uno dei più grandi cantautori del secolo scorso, evitando che la sua arte si cristallizzasse nel blasone del suo cognome. Jeff Buckley, a differenza del padre, era principalmente un interprete: modeste erano le sue capacità di scrittura e di arrangiamento, e non a caso i suoi pezzi migliori sono o quelli composti con l'ausilio del chitarrista Gary Lucas, o le interpretazioni di brani altrui. Era un Re Mida del rock, Jeff Buckley: tutto quello che toccava, con la sua voce, diventava oro. Aveva ancora da maturare, nonostante il grandissimo esordio di "Grace", ma purtroppo oltre alle doti vocali, suo padre gli aveva lasciato in eredità anche un destino malevolo, "Grace" è l'unico disco completo che ha lasciato alla sua memoria, eppure ha già tracciato un solco profondo nella storia musicale recente.


Come si può notare, è difficile parlare di Jeff Buckley sottraendosi agli inevitabili confronti con il padre Tim, ma è giusto precisare, ancora una volta, che tra i due le affinità, non solo compositive e attitudinali ma d’interpretazione e uso della voce, erano ben poche. Jeff Buckley, rispetto a suo padre, ha adottato dei registri, per quanto immaginifici, più convenzionali, ma questo non scredita minimamente il valore assoluto delle sue interpretazioni, che si riveleranno peraltro di enorme influenza sulle successive generazioni di vocalist. Forse, il nodo della questione sta appunto in questa parola: interpretazione. Interpretare una canzone per Jeff Buckley significa palesare ciò che di recondito risiede nella sua essenza, svelarne l'essere; in questo senso, senza alcun intellettualismo e anzi con una naturalezza sconcertante, la sua operazione è quasi ontologica.


"Grace" non è solo l'album di Jeff, "Grace" è Jeff Buckley. È candore, è purezza, è tragedia. È prendere generi all'apparenza inconciliabili, e unirli mediante quel sottile invisibile filo che li lega tutti: la sacralità della musica. Perché a Jeff non basta sciorinare quattro canzoni tanto per far vedere che è un musicofilo eclettico, lui fa di più, lui tesse il vestito, crea la scultura con i pezzi più disparati, e poi la rende viva, le dà un'anima. Un’arte sciamanica. Un caso singolare di talento cristallino e contemporaneamente di compiuta intelligenza artistica. Questo è Jeff Buckley, ragazzo di 27 anni, combattuto da mille sentimenti, anche contraddittori fra di loro, ma che alla fine, non si sa come, non si sa quando, riesce a conciliarli tutti, e a trovare un equilibrio. E l'equilibrio in Jeff significa vivere un giorno in più. L'equilibrio per lui significava, la morte è lì che ti guarda, non aver paura di lei.


"Grace" è l'album di una persona che aspetta di morire. Jeff Buckley non la cerca coscientemente. Jeff è un uomo fuori dal mondo, un ragazzo vissuto nella solitudine e nell'introversione per tutta la vita. Altri come lui si sarebbero lasciati morire nella propria solitudine (Nick Drake) ma Jeff, nonostante tutto, ha una voglia dannata di vivere, vuole ricercare il senso, sente che deve trovare quel qualcosa per cui vale la pena sentirsi. E alla fine del suo percorso trova la risposta alle sue inquietudini: la donna. È lei l'unica ancora di salvezza che tiene gli uomini inchiodati alla vita. E se per Dante la donna era un’entità che nella sua perfezione angelica purificava dal peccato e quindi consentiva agli uomini di ascendere al cielo, per Jeff la donna è angelo terreno, che lotta e prega affinché gli uomini rimangano con lei, qui sulla Terra, in mezzo a quest'inferno che è la vita. Ma sarà tutto inutile, ed è qui che sta la tragedia. Anche se non la cerchi, la morte verrà lo stesso a reclamarti, volente o nolente, finirà tutto. È il destino dell'ultimo rocker, non brama la morte, ma sente che arriverà presto a prenderlo, perché il destino così ha deciso. Unica cosa che non gli è concessa di sapere: il quando.


"Grace" ruota per buona parte della sua durata intorno a una donna: Rebecca Moore. È lei la musa ispiratrice di almeno la metà delle canzoni. E quando Andy Wallace (sì proprio lui, quello di "Nevermind") rimprovera Jeff di non riuscire a prendere decisioni definitive riguardo gli arrangiamenti, è la morte del padre di lei a dargli la forza di finire il disco. In questo senso Buckley è maniacale, ascolta pezzo per pezzo ogni singolo secondo di ogni singolo nastro (il contratto strappato alla Columbia gli permette potere decisionale e controllo totale sui pezzi), scrive partiture delle canzoni per studiarle al meglio insieme ai musicisti chiamati alla sezione d'archi, studia più versioni dello stesso pezzo e concorda con Wallace i tagli e cuci da effettuare. Tim Buckley si sentiva un jazzista, improvvisava, sperimentava e registrava. Jeff invece è un rocker eclettico, cresciuto a suon di album dalle sonorità e dai generi più disparati (basti pensare alla sua passione smodata per i "qawwali" pakistani) e con quella blasfemia tipicamente post-moderna, perde innumerevole tempo a trovare la sintesi giusta fra influenze diverse. Il risultato è un lavoro certosino "a metà strada fra metallo e angeli.


Un bel giorno il chitarrista Gary Lucas presenta al giovane Buckley due strambi pezzi strumentali. Jeff tira fuori un paio di poesie e ci canta sopra... nascono due canzoni...Le due canzoni masturbatorie diventano due capolavori psichedelici. "Mojo Pin" è l'anteprima, il preludio a ciò che accadrà. Ci presenta la tipica canzone buckleyana, inizio lento, sussurrato e controllato... poi lento e costante crescendo.. e infine l'esplosione finale, caratterizzata dal celebre urlo catartico in cui Jeff riversa tutto se stesso. Il pezzo nasce da un sogno in cui una ragazza di colore si spara di eroina durante un rito voodoo. Il testo poi però si sviluppa in maniera differente (infatti, secondo le liriche, è Jeff quello che si droga). "Grace" è una delle canzoni più belle di tutti i tempi. È Jeff che parla a Rebecca. E le parla di ciò che accadrà. I celeberrimi versi iniziali recitano: "C'è la luna che chiede di restare/ abbastanza a lungo perché le nuvole mi portino via,/ sento che la mia ora sta arrivando/ ma io non ho paura...". Jeff si ferma. Poi sibila: "afraid... to die"!


Ma siamo appena agli inizi. E si rimane impietriti nell'ascoltare l'apparente serenità della sua voce mentre pronuncia queste parole. Nella sua fantasia, Rebecca piange disperata tenendosi stretta al suo braccio, implorandolo di non andare. Lui si lascia commuovere e le dice che forse c'è una possibilità, che forse lui può posticipare il momento, insieme, con lei. O forse è la ragazza che cerca di convincere Jeff a restare sussurrandogli "we both might go tomorrow". Non si capisce. Quel che è certo è che non dipende da lui. "I believe my time has come", e nel dirlo mostra una saggia e allo stesso tempo triste accettazione del suo fato. Ma il ricordo di quello che si lascia dietro comincia a smuoverlo, e un vortice di ansia e di dolore monta a poco a poco dentro di lui.


La musica si fa più pesante e più veloce. La sua voce più sofferente. Jeff è sul punto di tirar fuori tutta la sua disperazione, è un vaso pronto a essere scoperchiato. Cosa anima la sua inquietudine? Se l'idea della morte prima non lo spaventava, se la visione della sua ragazza in lacrime non bastava per farlo inveire contro il destino, cosa lo porta ora a lamentarsi? Era dunque tutta una menzogna quella che ci stava raccontando?... No, e bastano dieci parole a illuminarci: "I'm not afraid to go/ but it goes so slow" grida Jeff sofferente. Basta, non serve altro. Jeff Buckley è riuscito a sintetizzare in una frase sola ciò che innumerevoli artisti hanno provato a dirci in una carriera intera. È il non plus ultra, una pietra tombale, oltre questa frase non si può più andare. E come un condannato che aspetta nel braccio della morte la sua esecuzione, e prega affinché tutto termini in fretta, Jeff lancia un ultimo terrificante urlo catartico, uno dei più importanti della storia del rock. Uno sfogo liberatorio, che gli consente di svuotarsi, di avere la forza di aspettare almeno un giorno in più. 


Di fronte a questo monumento, gli altri brani non possono far altro che pagare dazio. Ma a guardar bene, in fondo in fondo, tutte le canzoni che seguiranno non saranno altro che una riproposizione di "Grace", spezzettata nelle sue varie parti. "Last Goodbye" è un'altra canzone in cui il nostro celebra il proprio addio a Rebecca. Forse è l'unico momento debole del disco, visto che gli archi (preziosissimi nella title track) qui sanno troppo di miele. Ascoltata live, solo col supporto della band, scorre decisamente meglio. "Liliac Wine" è il tipico pezzo sorretto solo dalla voce che in un album di un grande cantante ci deve stare. E poi c'è "So Real". L'amico Michael Tighe (chitarra), sovrappensiero, esegue distrattamente una piccola progressione di accordi. Jeff lo invita a continuare, si siede alla batteria e comincia a cantare "Oh... that was so real". Il resto del testo, fra l'inquieto e l'allucinato, arriverà dopo. Se all'inizio il brano sembra un riempitivo, ci si rende poi conto che qualcosa non quadra. Come un piccolo colpo di genio arriva a metà pezzo una distorsione metallica che guasta l'atmosfera ipnotica della canzone spiazzando l'ascoltatore. "Ti amo, ma ho paura di amarti" sussurra Jeff. E si cambia di nuovo registro. La sequenza finale è composta da una serie di "So Real", così meccanici, così ripetitivi, da sembrare alienanti. E mentre pare quasi che a cantare sia un fantasma, in sovraincisione arriva un urlo lancinante che Dio solo sa da dove proviene. È l'accettazione e la disperazione che salgono e si incrociano a vicenda. Brividi lungo la schiena. È il momento di "Hallelujah", una delle più grandi cover di sempre. La differenza fra l'originale di Leonard Cohen e questa qui di Jeff è così evidente, che si dubita che le due possano essere la stessa canzone. 


È un organo da messa funebre quello che invece apre "Lover, You Should've Come Over". I versi iniziali sono strani, del tutto slegati con il resto della canzone. "Looking out the door I see the rain/ fall upon the funeral mourners/ parading in a wake of sad relations/ as their shoes fill up with water". Cos'è questo? Un presagio? Una premonizione. Jeff scomparirà principalmente a causa dei suoi stivali, che riempitisi d'acqua, lo trascineranno a picco giù nel fiume! Il brano prosegue però su altri lidi, "Lover" è la canzone d'amore di Jeff Buckley, in cui una magnifica interpretazione rende onore a delle liriche poetiche, da ascoltare e riascoltare più volte. "Corpus Christi Carol" e "Eternal Life" sono l'una il contrario dell'altra. Sacra la prima, quasi blasfema la seconda. Solo sussurrata la prima. Un enorme grido di dolore la seconda. Lui che ne è l'autore la sintetizza così "è solo una canzone che dice che la vita è troppo breve per essere sprecata a sforzarsi di fottere l'esistenza di qualcun altro... non potrei dirlo in un maniera migliore". Comunque la sensazione è che il contrasto fra la violenza di questo pezzo e la pacatezza di quello precedente, rappresentando le due anime di Jeff, chiuda come un cerchio, come se l'album fosse già perfetto così.


E invece in coda arriva un'altra gemma, forse l'unica canzone capace davvero di rivaleggiare con "Grace", la misteriosa "Dream Brother". Di tutte le canzoni di Jeff, questa è quella che più risente di una certa eco paterna. Non solo nella musica orientaleggiante, ma soprattutto nelle parole, la figura di Tim Buckley si staglia ingombrante.

"Don't be like the one made me so old/ Don't be like the one who left behind his name/ 'cause they're waiting for you/ like I waited for mine/ and nobody ever came". Rivolto a un proprio amico d'infanzia, Jeff lo prega di non lasciarsi morire, perché altrimenti i suoi figli sarebbero andati incontro allo stesso destino che Tim riservò a lui. Sembrano le parole di un fantasma che ti appare in sogno. Nessun urlo, nessun grido, solo voci che si perdono in lontananza. La canzone doveva terminare con la sola musica a chiusura di disco. Ma all'ultimo istante, Jeff decise di scrivere un'ultima famosissima strofa: "I feel afraid and I call your name/ I love your voice and your dance insane/ I hear your words and I know your pain/ Your head in your hands/ and her kiss on the lips of another/ Your eyes to the ground/ And the world spinning round forever/ Asleep in the sand/ With the ocean washing over".

Sono le ultime parole di Jeff Buckley, un commiato diretto al tanto chiacchierato padre. Il tentativo disperato, forse, di fare definitivamente pace col suo ricordo.

Cantautorale, psichedelico, pop/soul/gospel, punk/wave, indie/alternativo, le definizioni per "Grace" negli ultimi anni si sono sprecate. Un album che piacque tanto, tantissimo ai dinosauri del rock (tutti indistintamente per ogni genere) quanto alla nuova generazione di giovani e semplici appassionati.  La musica di Jeff Buckley continua ancora oggi a esercitare il suo fascino. Caso volle che lui, ultimo mito del rock, dovesse morire annegato a Memphis, lì dove tutto era cominciato. Jeff Buckley è "Grace" e "Grace" è Jeff Buckley. È prendere la musica che c'era prima, bruciarla per farne un tutt'uno, e poi rimanere seduti a guardarne le ceneri, mentre volano via trasportate dal vento.



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