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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"Pink Moon"




Conobbi Nick in uno dei miei viaggi nel tempo. Una di quelle sere di autunno, a fine Novembre nessuno andava più bene, niente sembrava interessante e non avevo nulla da fare tranne la voglia di bere e guidare la macchina, andare lontano, in un riflesso più chiaro. Allora, presi un’altra birra e mi misi al volante della mia vettura, senza destinazione mi addentrai sulla strada della notte, facendo solo suonare diversa musica dalle mie misteriche playlist. Una voce e una chitarra mi catturarono senza riserve e persi il senso della misura spaziotemporale, una notte elettrica mi cullava traportandomi altrove, così sempre ascoltando le armonie mi ritrovai a percorrere una strada sconosciuta e stretta. Che fosse la stretta via lastricata d’oro verso l’Inferno? Dove ero finito? Guidai cercando un qualcosa famigliare. Quanto lunga era questa notte? La guida era al contrario, incredibile lo smarrimento e nel frastuono del capirci qualche cosa la mia attenzione rimase impigliata nei fari gialli di una macchina ferma. Una macchina utilitaria, lo sportello era aperto e un bel po’ di metri avanti un’ombra di una persona sembrava essere in procinto di entrare in una cabina telefonica. Mi fermai d’istinto. Gesto insolito per me. Abbassai il vetro del finestrino.

“Serve aiuto?” chiesi.

Quella che prese forma era l’ombra di un ragazzo.

Si voltò incurante, mi scrutò sommessamente e senza proferire parola scosse lento il capo. Un’ondata di tristezza mi avvolse.

Era un viso conosciuto, i capelli lunghi gli pendevano ribelli coprendo buona parte del volto. Aveva abiti sgualciti, del tipo che riesci a comprendere che sono indosso da diversi giorni, le sue scarpe erano sfondate e le punte si aprivano in biforcute lingue. Era entrato nella cabina e la sua intenzione era tutta nel digitare numeri sulla tastiera del telefono, senza ottenere successo. Ero rimasto fuori a guardarlo. Qualcosa nel suo modo di fare m’incuriosiva e poi, aveva un qualcosa di famigliare. Scesi dalla macchina. L’aria frizzante e pulita.

Mi frugai in tasca.

Lo chiamai battendogli la spalla.

“Tieni prova con queste.” Gli passai delle monete da inserire.

Sorrise di traverso, le prese senza guardarmi.

“Grazie.”

Compose il numero. Dall’altro capo della linea il telefono squillò per diverso tempo prima di avere risposta. In quel momento appresi il suo nome.

“Sono Nick, mi venite a prendere? È finita la benzina… E non so bene, dove sono.” La voce era calma e atonica, pacata dal vetro della cabina e svuotata di interesse allo stesso tempo.


Era notte fonda, c’erano le stelle e l’aria era fresca e sapeva di erba di campo.

La luna era rosa.

Dopo poco uscì dalla cabina, le mani sprofondate nelle tasche di una giacca molto consunta. Rimase vicino a me in attesa. Lo sguardo risaliva lentamente le gambe per concedersi sporadiche visite ai miei occhi. Fui avvolto dalla sensazione di un ricordo fino a che quel passato divenne presente.


Il ragazzo si accende una sigaretta ed è un po’ troppo profumata perché sia semplicemente tabacco. Sbuffa silenziosamente il fumo denso in cielo e offusca le stelle.”

“Che luna stasera.” Faccio io.

Mugugna e asserisce.

“Secondo la tradizione cinese la luna rosa significa l’arrivo di sciagure imminenti, perché è questo il colore che assume prima dell’eclissi.”

Quello è il primo momento che alza lo sguardo da terra e mi vede.

“La luna rosa. Ci ho scritto una canzone.”

“Davvero?” so che dovrei riconoscerlo ma non mi ricordo niente stasera sono perso e vago.

Forse ho bevuto troppo.

“Sì, davvero.”

“Che ha fatto la macchina?”

“Ho finito la benzina.” E allunga il braccio verso di me e mi passa l’attrezzo fumante. Nemmeno chiede e dallo sguardo intendo quanto quel gesto sociale gli sia costato.

Un rifiuto sarebbe scortese e indelicato. Così accetto.

Gli angoli della bocca si sono allargati pochissimo in un sorriso nascosto dalla notte.

Poi il ragazzo ha infilato metà del suo corpo nello sportello aperto e come un mago improbabile ha estratto il suo coniglio Guild a sei corde. Armeggia e in pochi secondi lo strumento è accordato. Chiude lo sportello e si siede sul cofano di quell’utilitaria prosciugata nella notte. I fari flebili gli illuminano le gambe. Gli accordi sono perfetti, le note si diffondono intrise di passione e voluttà nello spazio della notte. Nick sa fare quello che vuole con la chitarra, e le note… Dio, le note… così essenziali da esprimere una tale forza.

Nick suonò per molto tempo fino a ingannarlo ed io, silenzioso come la notte lo ascoltai.

Unica spettatrice la luna rosa. Poi semplicemente la musica terminò.

La sua voce roca proferì un’affermazione che poteva anche essere scambiata per un quesito.

“Non riuscirò mai più a farmi ascoltare veramente come ora. Grazie.”

“Ascoltare non è per nulla facile, spesso è più comodo farne a meno e continuare a ripiegarsi sui propri problemi, sulle priorità, passando sopra ai bisogni dell’altro. L’ascolto è un vero e proprio dono, un’arte profonda che consente di accogliere chi si rivolge a noi, con l’animo libero, scevro qualsiasi pregiudizio o distrazione.”

“Un animo che non giudica ma che accetta l’altro per ciò che è, senza proiettare.”

“Sì, senza proiettare, e tu amico mio, hai un’alchimia pazzesca, la tua voce e la chitarra… sono come…”

Lontano, alla fine della strada due luci di vettura, alle spalle il pallido spuntare dell’alba.

“Sono come?” incalza.

“Sono come il canto del mare che termina sulla riva, come la solitudine di ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno. Non sono per tutti… non ancora.”

“Wow, grazie amico.” Fa Nick sgretolando la sua pelle di timidezza. E lì s’intravede l’animo puro, l’epicentro della sua arte.

Mi guarda negli occhi, ora. Quanto abbiamo bisogno di riconoscimento per vagliare le nostre arti?

La macchina giunge fino a noi. Lui prende solo la sua chitarra e attraversa la strada per salire in macchina. L’autista è un parente, il padre forse, ed è visibilmente stanco e preoccupato di un recupero all’alba che suona tanto di consueto.

Prima di chiudere lo sportello che lo porterà via, il ragazzo torna sui suoi passi. Mi tende la mano.

“Piacere, mi chiamo Nick Drake.”

“Io sono Roberto e sono un tuo grande ammiratore, forse il più pazzo da venire indietro nel tempo, fin qui per ascoltarti suonare.”

Nick ritrae lentamente la mano, sembra pentito e confuso del gesto che forse gli è costato nuovamente così tanto.

So che è la mia ultima opportunità di dirglielo, anche se il passato non si cambia mai…cazzo di destino.

“Nick, non prendere più nemmeno una pasticca di Triptyzol, ti ascolteranno in tanti, è solo questione di tempo. L’ho visto scritto e l’ho sentito dire. La luna rosa è in cammino.”

Mi sorride incerto.

“Grazie.”

Ultime parole. Sale in macchina. Non lo vedrò più se non nelle copertine del miei vinili. Seguo la scia dei fari posteriori svanire nel chiarore discreto dell’alba. E io.. ho ancora sete. Mi tasto, lo trovo in tasca, davvero improbabile. Riavvio con la fiamma il mozzicone di erba. Presto mi sveglierò.

Ci sono ancora le sue note nell’aria.

Ovunque, nell’aria.



Autunno 1974, notte tra il 24 e il 25 novembre, Tanworth-in-Arden, Inghilterra

Nel mezzo della campagna di Warwickshire, in Inghilterra, nella casa dove era tornato ad abitare con i genitori, Nick esce dalla sua stanza, scende le scale e va in cucina, forse per prepararsi una scodella di cereali, come faceva di solito.

Nick è sempre stato un ragazzo inquieto, soffre d’insonnia e di depressione. In notti come quelle, spesso, la madre Molly, sentendo il figlio scendere le scale, si svegliava, indossava la camicia da notte e scendeva a chiacchierare un po' con lui. Forse quella notte Nick fa attenzione a non far rumore, o forse, più semplicemente, quella notte Molly sta dormendo più profondamente del solito, non si sveglia e non scende a fargli compagnia.

Nick da qualche tempo è in cura presso uno psicologo che gli ha prescritto il Triptyzol, un antidepressivo. Quella notte, nel silenzio della casa di Tanworth-in-Arden, Nick prende più della dose che gli è stata prescritta. Forse per sbaglio, forse perché cerca la pace con più foga del solito. Poi torna in camera sua. A mezzogiorno, la madre, stranita dal fatto che Nick stava ancora dormendo, va a bussare alla sua porta. Non riceve risposta ed entra, trovandolo morto. Sul giradischi, quella notte, suonava un disco dei Concerti brandeburghesi di Bach.


La puntina sobbalza ancora nonostante la musica sia finita. Sul comodino, una scodella vuota e un cucchiaio. Aperta affianco, una copia de Il mito di Sisifo di Albert Camus, nel quale si riconosce l’assurdità dell’esistenza e si celebra la figura mitologica greca come un uomo che nella condanna accetta e sopporta il suo infausto destino, evitando di togliersi la vita. Però Nick è sdraiato sul letto, non è più vivo, la sua anima alla fine ha lasciato il corpo, trovando un piccolo spiraglio si è liberata. Non c'è nessun messaggio che può far pensare al suicidio. Quella notte, intorno alle tre, Nick aveva sceso le scale e si era diretto in cucina per mangiarsi una scodella di cereali. Il suo ultimo, tenero pasto, prima di salutare il mondo con il solito educato silenzio.


Nick Drake appartiene alla generazione di cantautori sbocciati nei primi anni Settanta: Cat Stevens, Joni Mitchell, ma anche Carole King, Donovan e John Martyn. Veri poeti della canzone, che si ispiravano al romanticismo e al decadentismo nella letteratura. In loro non c’era nulla del rock sperimentale e del folk impegnato del decennio precedente. La loro voce sussurrata, accompagnata dall’inseparabile chitarra, intonava versi intimisti e personali, carichi di sofferenza emotiva. Parlavano di amore, di morte, di voglia d’infinito, e insieme celebravano con sguardo malinconico le piccole cose della quotidianità. Tra tutti Nick Drake è stato certamente il più incompreso, introverso, intenso. Colui che, più degli altri e suo malgrado, è riuscito a portare in musica il dolore provato in vita, che ha finito poi per divorarlo. A vederlo era un bel ragazzone inglese, alto quasi 1 metro e 90. I tratti dolci e gentili, quasi angelici, uniti a un fisico atletico e proporzionato, non facevano trapelare nulla del suo tormento interiore.


Chi era Nick? Era un bravo ragazzo, studia con profitto e ottiene il massimo dei voti. Ha un fisico da atleta e al College eccelle in quasi tutti gli sport. Ha tutte le carte in regola per diventare popolare, eppure se ne sta sempre da solo, in disparte. Legge molto: Blake e i simbolisti francesi, ma anche i poeti romantici inglesi, gli esistenzialisti, Sartre, Camus. E suona, sempre. In pochi anni diventa un musicista virtuoso, con la chitarra riesce a fare ciò che vuole. Eppure non gli importa di entrare a far parte di un gruppo o esercitarsi con delle cover sterili: ha imparato uno strumento solo per dare suono ai testi che ha scritto, alle sue emozioni che non riuscirebbe a esprimere altrimenti. L’incomunicabilità e il solipsismo quasi autistico di Nick, uniti al suo eccezionale talento, gli hanno permesso di trovare prima degli altri una sua voce nell’arte.


Dopo la scuola, Nick ha però una voglia matta di far conoscere le sue canzoni, perché è stanco di suonare da solo tra gli alberi o nel buio della sua camera. Così vince la timidezza e inizia a suonare con una band locale folk rock inglese, i Fairport Convention. Il suo talento cristallino è subito notato da tutti, in particolare da Ashley Hutchings, il bassista del gruppo, che nel 1968 gli procura un’audizione con il noto produttore Joe Boyd, il quale solo pochi mesi prima aveva curato il primo singolo dei Pink Floyd, Arnold Layne. A Nick basta suonare qualche canzone: pochi minuti dopo è già sotto contratto per la Witchseason Production. Boyd capisce fin da subito che quel timido ventenne dallo sguardo perso nel vuoto è un fuoriclasse: non solo un genio sperimentatore alla chitarra, ma un poeta autentico in grado di mettere in musica testi lirici e profondissimi, che toccano le corde del cuore.


Nick inizia subito a lavorare per il primo album, Five Leaves Left (1969): il titolo è un riferimento ironico alla scritta che avvertiva che rimanevano “cinque cartine rimanenti” nelle confezioni per le sigarette.


Dopo pochi mesi di lavoro nasce un album con una struttura strumentale imponente, quasi barocca. Rimane comunque protagonista la voce sussurrata di Nick, che intona capolavori di lirismo e malinconia come Time Has Told Me, Way To Blue e Thoughts of Mary Jane. Five Leaves Left però rimane quasi inosservato. In parte per il carattere intimo e a tratti ermetico delle sue canzoni, incapace di conquistare le orecchie distratte di un pubblico più ampio. La componente decisiva è la timidezza estrema di Nick. Durante la promozione dell’album, il produttore organizza una tournée di concerti in alcuni pub e piccoli teatri in giro per l’Inghilterra. Nick si esibisce un paio di volte, ma in entrambe scappa via a metà concerto, disturbato e offeso dal brusio del pubblico che parla ad alta voce, beve e chiacchiera durante le sue performance.


La sua musica aveva bisogno di silenzio e di tempo, anche perché ogni sua canzone richiedeva un’accordatura diversa. Il pubblico si prendeva quasi gioco di quel ragazzone che si limitava a sedersi sul palco e cantare fissando un punto fisso nel pavimento, senza aggiungere una parola; per contro, la sensibilità di Nick era urtata dalla superficialità della gente, che non riusciva a comprenderlo.


Superato il primo insuccesso, Nick s’iscrive all’Università di Cambridge, dove studia letteratura inglese. Una decisione presa più che altro per accontentare i suoi (e per andarsene via di casa) che per una personale ambizione. Nick, infatti, trova ogni momento libero per comporre canzoni e per proporle agli amici di Londra, desideroso di registrare il suo secondo album. Questo è forse il periodo più felice di Drake: finalmente ha trovato la sua strada, è un musicista di professione e ha incontrato persone che lo apprezzano e finalmente capiscono il suo universo interiore, la sua arte. L’insuccesso iniziale non ha scalfito di una virgola la sua voglia di comunicare agli altri, “di trasmettere alle persone delle emozioni”, l’unico desiderio che lo rende davvero felice, la sola speranza che continua a dare un senso alla sua vita.


Bryter Layter (1970), anch’esso prodotto da Joe Boyd e arricchito dal contributo dei Faiport Convention e dell’amico Kirby, è forse la più briosa delle sue opere, certamente la più jazz e orchestrale. Il titolo, anche qui di un’ironia sottile, è una storpiatura ortografica e dialettale dell’espressione inglese brighter, later (schiarite, più tardi), ricorrente nei bollettini meteorologici. La speranza e il cauto ottimismo di Nick si riflettono in brani quasi spensierati come One of These Things First e Fly (dove, insieme a Nothern Sky, compaiono la viola e l’organo di John Cale dei Velvet Underground). C’è spazio per il gioco, il sogno, l’ipotesi di qualche amore. La malinconia esistenziale di Nick comunque permane e si avverte in tutta la sua profondità in brani come Hazey Jane I e II e Poor Boy. La voragine, l’abisso sono solo messi da parte, pronti da un momento all’altro ad emergere con tutta la loro violenza. Così avverrà.


Anche Bryter Layter si rivela un mezzo fiasco. Joe Boyd, che in quei due anni era stato come un padre per il fragile Nick, vende la sua Witchseason Production alla Island Record e si trasferisce negli Stati Uniti. Si tratta di un duplice, durissimo colpo, che spinge il musicista incompreso in un baratro dal quale non uscirà mai più. Inizia a dipendere dagli psicofarmaci contro la depressione, dall’alcool, dall’oppio e dai cannabinoidi. Rimasto senza un soldo, a ventiquattro anni è costretto a tornare a “Far Leys”, nell’amata e odiata casa dei genitori nel minuscolo paesino di Tanworth-in-Arden, non lontano da Birmingham. Nel fiore dei suoi anni, Nick ormai si sente un fallito senza più desideri né ambizioni, incapace di reagire da quella fossa che, giorno dopo giorno, continua a scavarsi sempre più profonda.


Passa le giornate chiuso in casa a leggere, o peggio, a fissare il soffitto in silenzio. Smette di lavarsi e disinteressarsi del suo aspetto fisico, vestendosi come un clochard. Oppure, senza avvertire nessuno, prende la vecchia utilitaria dei genitori e compie lunghi viaggi nella notte senza meta, mentre la luce gialla dei fari rischiara l’oscurità insopportabile della campagna inglese. Come ricorda la sorella Gabrielle (che peraltro diventerà un’attrice piuttosto conosciuta) nel magnifico documentario A Skin Too Few, qualche volta è capitato che Nick, dopo non aver dato più notizie per giorni, chiamasse la madre da una cabina telefonica con i soldi ricevuti da qualcuno, da qualche zona sperduta dell’Inghilterra. Sempre più inquieto e tormentato dai suoi stessi fantasmi, Nick inizia a chiudersi in un mutismo preoccupante. Spesso, anche alla presenza degli amici più cari, passava le serate a bere o a fumare senza proferire una parola. Nei suoi ultimissimi brani, raccolti nell’antologia Made To Love Magic, è talmente malridotto da non riuscire più a cantare e suonare insieme la chitarra, tanto da essere costretto a registrarle separatamente.


Poco prima di morire compie un breve viaggio a Parigi, nel tentativo di raggiungere l’adorata chanteuse Françoise Hardy: il loro presunto incontro rimane tuttora avvolto nel mistero. Imprigionato in un’afasia ormai irrimediabile, inaridito e svuotato da ogni emozione che gli consenta di esprimere in versi il suo dolore cosmico, l’angelico poeta del Warwickshire si rende conto che la sua fine è vicina. Più che della sua sorte, Nick è però roso dal terrore di non essere riuscito a comunicare, a esprimere agli altri le tracce udibili del suo magico e sanguinante universo interiore. Un chiodo fisso che sarebbe diventato realtà, forse, se non avesse avuto la forza per registrare il suo ultimo album, uno dei capolavori più belli e intensi della storia della musica: Pink Moon. Dal sole della Spagna alla nebbia di Londra, poco tempo dopo Nick Drake entra negli studio verso mezzanotte, insieme all’inseparabile Guild, la chitarra che si vede già nella copertina di Bryter Layter. Si siede stanco sulla sedia, lo sguardo perso nel vuoto.


“No, stavolta nessun altro strumento. Siamo solo io e la mia chitarra”.


Nick inizia a suonare e nel giro di mezz’ora registra tutto Pink Moon. Undici tracce, appena ventisei minuti, che Nick esegue una dietro l’altra con la più grande naturalezza del mondo, lasciando John Wood esterrefatto e immobile, dietro il vetro, per la sconcertante bellezza di quelle canzoni. Sì, Nick tornerà due giorni dopo per aggiungere qualche nota di pianoforte alla title-track, ma ormai l’album è già pronto.

Lucido e profeta del suo destino, Nick annuncia il triste presagio:


“L’ho visto scritto e l’ho sentito dire La luna rosa è in cammino Nessuno di voi starà così in alto La luna rosa vi prenderà tutti”


Poi è la volta di Place To Be, un accorato ricordo dell’infanzia spensierata nel Warwickshire, “quando ero più giovane di prima”, quando sì era più ingenuo e ignorante ma anche più coraggioso, “pieno di luce” pronto ad affrontare a viso aperto un futuro pieno di possibilità che, dal verde della casa genitoriale, sembrava radioso e infinito.

Segue Road, una filastrocca cantata con voce più grave, strascicata come un rantolo, e poi Which Will, struggente preghiera dedicata a un’ipotetica o reale persona amata, stretta nel dubbio di una passione intensa quanto soggetta ai capricci della contingenza:


Secondo i biografi, Drake nella sua vita non avrebbe addirittura mai avuto un rapporto con una donna, mentre altri sostengono la sua omosessualità latente. Vani pettegolezzi senza alcuna prova, che tuttavia spiegherebbero in parte l’intenso amore platonico, perfetto e quasi impossibile nel mondo reale che traspare nelle sue canzoni. Dopo il magnifico strumentale Horn, inno ermetico alla solitudine, arriva Things Behind the Sun, invito filosofico e quasi buddhista all’accettare il mondo così come è, a fare parte di esso senza paura, perché in fondo la vita è un viaggio. Più che preziosi consigli a qualche ascoltatore sconosciuto Nick, quelle parole, sembra rivolgerle a se stesso.


Segue poi Know, un altro dialogo al buio che esprime al contempo l’impossibilità di una vera comunicazione, del contatto.

Parasite è forse la più autobiografica delle canzoni, in cui Nick rimarca quasi con rassegnazione (e un pizzico di voluttà) la sua condizione di outsider, di emarginato, di Cassandra ebbra destinata a cantare sola nella notte nel cuore di una città deserta. Segue Free Ride, a metà strada tra la serenata di corteggiamento e la riflessione della propria condizione di vagabondo solitario senza speranze.

La poetica, così come la vita, di Nick è sempre divisa tra un irrinunciabile desiderio di solitudine e una frenetica, bramosa ricerca di un contatto con l’altro. Come una tenera richiesta di aiuto, sorta dalla necessità di dare e di ricevere amore, purtroppo rimasta inascoltata. Questa divisione contorta, segno di una psiche travagliata, non può che risolversi in una caduta, libera quanto mortale. Sussurra infatti un apatico Nick, accompagnato da uno splendido arpeggio di chitarra, che cela le tenebre che stanno dietro a questa innocua canzone, o meglio le trasfigura rendendole meravigliose ed eterne, come gli angeli eburnei nei cimiteri monumentali. L’ultimo brano, From The Morning, è vero il testamento spirituale di Nick Drake. Una poesia sul risveglio mattutino, sospeso fra realtà e paradiso, dove la morte non è più un’occasione persa, ma una premessa mistica, quasi religiosa, di una rinascita universale:

Con disarmante lucidità e tenera innocenza, Nick sembra quasi non solo cantare l’inno funebre della sua morte, ma anche la speranza di un’effettiva resurrezione, che se è ormai impossibile sulla Terra, può attuarsi in un’altra dimensione.



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