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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

"Round Midnight"



C’è la musica di Miles Davis sotto mentre la donna è china a strofinare sul cemento nella speranza di togliere quella macchia rossa di sangue. L’ambiente migliora molto, qualsiasi ambiente sale di livello con una musica di Miles che suona. È come se la riempisse quest’aria putrida, se la bonificasse dalle grida, dalle incitazioni per le scommesse e da tutto il puzzo che si crea una sera a settimana in questo scantinato. La gente fuma, beve, rutta mentre nel mezzo due uomini si picchiano a sangue. Certo c’è il ring, fatto di corde e quattro paletti improvvisati ci sono i guantoni, i secchi con le spugne e gli sgabelli. C’è persino un arbitro che fa finta di controllare le cose e mantenere l’incontro pulito. Ma qui di pulito non ci sarà mai niente. Penso a questo mentre me ne sto seduto su una di queste sedie grigie a guardare quello che tra poco si tramuterà in un’arena. La boxe non c’entra niente, anche se è da qui che è iniziata, dal popolo per il popolo. Qui c’entrano solo i soldi. Quello che mi ha portato ad accettare questo schifo. Alla mia età avrei potuto aspirare ad altro, la cosa curiosa è che ci sono pure arrivato in alto, così tanto che il botto della caduta che ho fatto ancora mi rimbomba dentro. A volte penso siano i pugni che ho preso a darmi questa sensazione di eco e forse, un po’ è anche così.


Ho combattuto per il titolo dei pesi welter. Solo che ho perso quando avrei potuto vincere. E non ho perso perché il mio avversario era più forte, ho perso perché sono un venduto. Eh sì, da non credere, tutta la vita a lavorare duramente per arrivarci e quando ci sei, basta uno stronzo che ti sventola un mucchio di soldi e ti dice: “Ehi amico, non ti va di vincere al secondo tentativo? Di diamo cinquantamila euro.” Lo so la parte stoica avrebbe dovuto allontanare quella tentazione, ma alla parte stoica non servivano i soldi subito e in fretta come servivano a me. Che poi a ripensarci ora, non erano nemmeno così tanti. Ma hanno permesso al mio vecchio andarsene con dignità, lucido e senza dolore. Non che se lo meritasse poi, ma se puoi ingannare la morte… che fai? Ci provi.


Però l’incontro non è stato convincente, alla terza sarei dovuto andare giù, quindi prima mi sono sfogato un po’. Il mio avversario non ne voleva sapere di tirarne uno buono, il tempo stava finendo e a quelli che scommettono su un K.O. alla terza non gli fanno il bonus di una ripresa in più. La terza hai scommesso e la terza deve essere. Lo dice il gong. Insomma ho improvvisato in un clinch un montante sul mento. Interpretazione da Oscar credevo, forse sarà stata la faccia di quel gonzo a non darla a bere agli arbitri. La verità salta sempre fuori e due giorni dopo c’era già la sentenza. Squalifica per cinque anni. Che poi non sono molti, ma più ti dicono che non puoi fare una cosa e tu che fai? La cerchi disperatamente. Così eccomi qua, sotto a questo bar nel cuore della capitale ad aspettare che arrivino tutti gli scommettitori. Scenderanno quando il bar avrà chiuso, passando da quella botola, per quelle scale. Tutti a cerchio a vedere di rimediare un po’ di grana. Ma stasera ci sarà da ridere, sono qui per battermi con uno, un povero sfigato come me, però non è lui l’oggetto della mia attenzione. Certo lo pesterò bene ma stasera il mio obiettivo è il suo manager. Palmiro Menotti. Un nome una garanzia. Il pezzo di merda che organizza questo giro è il tipo che mi ha mandato a fondo anzi che mi ha portato a fondo con lui e poi te lo ritrovi anni dopo riciclato con questo giro, ammanicato con la camorra e mi chiama per telefono lo stronzo.


“Nanni! Ciao, che piacere. Sempre in forma.” Con quella calata da galantuomo degli anni passati. “Ti va di fare un po’ di soldi?”

“Come l’altra volta? Ancora mi devi diecimila.”

“Eh Guagliò, l’altra volta ci ha detto male e anzi che qualcosa hai preso.”

“Di che si tratta?” faccio io.

“Pugilato di cosa sennò? Incontri diciamo non autorizzati.”

Lo stronzo la deve pagare ma con calma, in seconda ripresa.

“Di quanto parliamo?”

“Oh bravo così mi piaci. Mille euro a incontro sia se perdi che se vinci ma se vinci e perdi quando è consigliato ti diamo il tre per cento delle scommesse vinte.”

Io accetto. Entro nel giro, faccio i due incontri, uno vinco e uno perdo. Mi paga, ma stasera è il terzo. Stasera c’è la sorpresa.

Ecco va, scendono i primi. Mi vado a preparare. Mentre passo, la donna si alza, è anziana e di sangue sembra ne abbia visto molto quindi lo sa che non si leva facilmente.



Si combatte a mezzanotte. Sento il chiacchiericcio della gente, copre la musica, copre i saltelli del mio avversario nello spazio accanto al mio. Ringhia il coglione. E sento la voce di Palmiro che lo incita, lo carica. Manco fosse Mickey con Rocky. Ci fanno stare nell’intercapedine, i tubi di ferro sopra la testa, il muro grezzo. Tutto mi fa schifo, e stasera mi serve lo schifo, mi serve a far salire la rabbia. Sento la voce del tizio che prende le scommesse, grida, accetti soldi e li passa a un altro. Mi sono affacciato, saranno una settantina di persone. Molti disperati ma anche molti ricconi attratti dalla clandestinità della cosa. Li riconosci perché non vengono soli, si portano le donne in ghingheri, le aiutano a scendere dalla botola e le lasciano gridare. Vedo il mio uomo. Nemmeno mi guarda. Recita bene la parte, mi ha detto. Fino alla fine, mi ha detto.


Suona la campanella e sappiamo che tocca a noi. Lascio che vada prima l’altro.

“Prima le donne.” Faccio in modo che mi senta.

Si gira e m’invita. Mi aspetta lì ha detto.

Il Ring. Le corde sono tese e sono rimediate, forse in qualche porto, puzzano di salmastro. Fanno le presentazioni, pochi nomignoli, tutti vogliono vedere l’azione. L’altro ha pure il secondo che lo assiste e Palmiro alle spalle che lo incita.

Poi mi fa la grazia e si avvicina.

Mi dice all’orecchio: “Non farti male quando vai giù. Ci servi.”

“Ti piacerebbe vero?” che non vuol dire niente, però la campanella rintocca e l’arbitro ci chiama per le raccomandazioni. A l’altro puzza l’alito. Motivo in più per demolirlo.

Quando torno al mio angolo, Menotti è ancora lì che mi guarda serio. Non ha capito se gioco o faccio sul serio. Gli strizzo l’occhio ma anche questo non significa un cazzo.

“Non fare il fesso.” Dice ma lo sento appena perché il primo round inizia.


Parto a razzo, l’altro ci prova a imporsi ma non c’è storia anche se pesa più di me. Lo picchio con stile che lui non ha e mentre tutti incitano, rallento prova a reagire ma gli faccio capire che stasera lui se la ricorderà per un pezzo ma non al primo round. Il sopracciglio gli si è già rotto, sanguina e l’occhio sinistro si sta gonfiando. Termina così il primo round.

All’angolo Palmiro mi fissa.

“Oh!”

“Che ho fatto?” gli faccio sorridente.


Sorride ma è un gesto amaro. Avranno scommesso un bel po’ di soldi e se gli scombino i piani avrà delle grane ma non saranno mai paragonabili a quelle che ho avuto io. Lui non lo sa cosa vuol dire togliere l’arte all’artista. Chiamano il secondo e devo ammettere che l’altro ci crede, pensa che adesso mi farò picchiare da lui perché è uno protetto dalla camorra. Non ha capito nulla e per una decina di secondi glielo faccio pure credere. Mentre incasso i sui colpi immagino il sorrisetto di Palmiro che si rilassa. Povera testa di cazzo. Parto come un ossesso, e regalo a questi pezzenti uno spettacolo degno di un match mondiale. Il mio avversario è in un tritacarne, colpi alla testa, al corpo e poi alla testa. Finto di destro e carico ganci a sinistra dove l’occhio è mezzo chiuso. Mancano pochi secondi alla fine del secondo, non mi ha quasi toccato. Sarei dovuto cadere ora. Chissà se ride ancora la merda. E poi entra. Quel colpo spettacolare che capita raramente, solo nelle serate come questa quando sei in forma e hai uno scopo nobile. Un montante fuori dal cilindro. Pura magia, lo investe dal basso verso il soffitto e lo centra nel mento. Gli occhi si girano all’indietro, il corpo si spegne e le ginocchia perdono consistenza come fossero di cotone. Quando sbatte sul cemento è già altrove. La donna avrà da pulire una nuova chiazza. Il clamore si alza alle stelle, l’arbitro fa segno che è finita. Alzo le braccia e lo guardo. È paonazzo dalla rabbia. Cristo, non mi morire Palmiro adesso arriva il bello. Gli scommettitori vincono in massa, si accalcano per riscuotere e lui mica ci viene vicino rimane a distanza mentre rido. “Sei morto.” Leggo i labiali.


La botola si alza, il mio uomo fa entrare una quindicina di poliziotti armati e si avvia la retata.

Fermi tutti, polizia tutti a terra… e le solite cose che si gridano in quei momenti. Qualcuno non si muove, non ci crede. Le donne urlano e intimano ai poliziotti di non toccarle, ma non sono poliziotti a modo, sono cani inferociti e in pochi minuti sono tutti a terra, anche Menotti. Solo io sono in piedi. Il mio uomo si avvicina.

“Grande incontro, Nanni. L’hai steso.” Dice guardando il povero coglione a terra.

“Mi aiuti a togliere i guanti?”

“Certo amico.”

Tolti i guanti mi accendo una sigaretta, fumo sempre dopo gli incontri. Specialmente se li vinco.

“Sei morto Scorza!” ruggisce di rabbia Palmiro Menotti.

“Ho capito ho capito.” Gli faccio mentre sistemo i guanti nella sacca e mi cambio.

Se li portano tutti via, rimaniamo noi gli ultimi quattro. Io, il Biondo, il mio avversario a terra e con lui Palmiro Menotti.

“Sono un sacco di soldi.” Fa il Biondo. Divide ad occhio facendo due mucchi. Li scruta bene e mi da quello più grande.

“Mi sembra quello più…” fa lui.

“Dai è lo stesso.”

“Che faccio te lo alzo?”

“Sì.” E m’intasco quelli che ad occhio e croce potrebbero essere dai trenta ai quarantamila euro. Gettò la cicca a terra.

“Tu non sai quello che hai fatto!” grida Palmiro “Appena lo saprann…” non finisce la parola. Due pugni all’addome flaccido da uomo di merda e si piega. Se non è per il Biondo che lo sostiene cadrebbe. La faccia di quello che mi ha rovinato la vita è lì a un passo da me e la seconda magia gli piega il collo fratturandogli la mascella. E questa volta nemmeno il Biondo l’ha retto. Casca a terra vicino all’altro. Milza e mascella andati.


Massaggio la mano mentre il Biondo mi passa una sigaretta, aspiro e lascio scendere. Aspettiamo poco giusto il tempo che si riprenda un po’, che capisca bene quello che gli sta succedendo, altrimenti che gusto c’è?

Mi fissa con terrore. “Adesso ci siamo, bravo Palmiro. Dimmi una cosa… quanti ne hai rovinati come me? Vecchio come sei, penso parecchi. Il pugilato è una cosa seria e tu sei uno di quelli che l’ha fatto diventare uno schifo. Dì pure che sono un’idealista ma secondo me questo sport sarà migliore senza feccia del tuo stampo. E visto che ne ho la possibilità…”

Allungo la mano e il biondo ci posa la sei colpi a tamburo. Palmiro vorrebbe alzare la mano così a difendersi, come se potesse fermare i proiettili, ma il dolore alla milza non glielo permette. Il boato mette fine a tutto e azzera i contenziosi.

“Dai andiamo.” Faccio al Biondo.

“E l’altro? Non vorrai mica lasciarlo? Ti verrà a cercare, stanne certo.”

“Quello non si alza più.” Faccio io.

Fa una faccia da sbalordito ed è quasi buffo con quel barbone vichingo.

“Allora andiamo.” Il Biondo s’incammina su per la botola.

Guardo il posto un’ultima volta.

Mi sembra ancora di sentire la tromba di Miles.


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