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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

SVENEVOLI TURCHESI Tratto dalla raccolta di racconti "Spazi vuoti"



E siccome che si venne a trovare nel peggio del peggio di fronte alla porta, prese coscienza con rassegnato stupore del fatto che con tutta probabilità… era la fine.

Margot apriva la porta e uscendo soffiava un bacio d’addio.

Fuori non era più luminoso, fuori pioveva e fuori non c’era nessun invito che le solleticava la vita.

Avrebbe davvero desiderato anche una cosa così.

Ma era abituè, era savoire afer, era la cosa più giusta da fare.

Attimi prima…

Mentre lui dentro dormiva avvolto tra colori e sete, Margot aveva raggiunto il suo scopo. Notte indimenticabile tra turbe e passione e un quadro dalla bellezza inestimabile.

“Perché non vuoi farmi un quadro?”

Lo avrà ripetuto fino allo svenimento… Margot la bambina dalle mille strategie, la donna dei dettagli… giocava… tirava la corda e poi, un piccolo particolare, come quando si ipnotizza una persona, sono i dettagli a dettar legge… e i dettagli sono antri per diavoli.

Diavoli… maledetti. E lui era un povero diavolo maledetto. Esistono poeti maledetti. Cantanti maledetti. La sua era una specie in via di estinzione. Pittori maledetti. Ultima categoria da girone infernale. Ma si… tanto ormai nemmeno gli veniva più da ridere. La sua era davvero arte, delle più sublimi.

Nefasta.

Abitava in una moderna caverna da esiliato del mondo, un attico umido in una città grigia di nebbia e piovosa.

Margot era la sola dopo tanto ad esser riuscita a violare le sbarre della sua personalità e come acqua umida, molto sensuale, strisciando entrare dalle pareti fin su la sua casa.

Lui, e questo sarà l’unico nome con cui lo chiameremo…. è in molte affinità con quei personaggi oscuri e tormentati che sempre, in diverse epoche e in posti lontani si sente narrare le gesta. Un antieroe, un border line d’arte.

Ora dormiva e le dita non erano più macchiate solo dalle tempere e dagli oli, le sue dita, fateci caso, sgocciolavano ancora le torbide delizie di lei.

La casa per lo più ombre e specchi, e Margot nel silenzio dell’incombente alba trepidava pensando a quanti e quali mali bivaccavano nei ricordi degli oggetti intorno.

Era un carnevale di svenevoli turchesi. Da sotto gente in maschera aveva ballato e urlato tutta la notte, e le grida si erano mescolate al caos della musica e dei colori. Ma lassù non arrivava nulla di più di un sibilo infiacchito.

“Fammi un quadro.”

“No” disse lui e la voce nascondeva incertezze che vacillavano sempre nel fascino dell’arte.

“Perché mai?”

“Non ti piacerebbe.” E desiderava così tanto intingere le dita nel colore.

“Se non ti piace lo prendo io, meglio che finire coperto come quelli che hai nel corridoio d’ingresso.”

“Non sono…”

“Da quando in qua ti interessi dei pareri?”

“Non sono i pareri a frenarmi.”

“Allora cosa?”

“E’ una storia troppo lunga e io sono già sbronzo con miglia da percorrere nel bosco e tu cappuccetto sei mezza nuda e non è mia intenzione farti male…”

“Uhh che paura lupo nero! Basta cazzate… me lo fai o no un quadro? Scommetto che non hai mai avuto una modella così.”

“Scommessa persa.”

Lui si stappò un'altra bottiglia gettando il tappo a zonzo nel retro del divano. Ed erano quelli i gesti che contraddistinguevano l’ appartenenza alla schiera dei dannati.

Margot iniziò il gioco pesante. Aveva tatuato sulla spalla sinistra “ottengo sempre quello che voglio” e lentamente la scritta fu visibile a tutto il mondo tanto che un coro di sorpresa, laggiù a basso echeggiò quando la bretella calava.

Sul collo la scritta cambiava “..e non ho paura dei morsi.”

Ora aveva tutta la di lui attenzione, sulle spalle che apparivano avamposti della sua mistica e il suo collo di creatura viva, aveva tutto il mistero di una terra di confine, di un posto di nessuno…l’eterno conflitto fra la mente e il corpo. Diceva così Milton in un film.

E quando nel fragore dei movimenti Margot fece scivolare le vesti lungo le gambe, scesero piano, adagio, mostrando intorno in maniera inequivocabile la scritta affusolata e soda… “Adoro le cicatrici.”

L’alcool non bastava più, non sarebbe bastato mai in quelle situazioni.

“Fai di me il tuo quadro.”

I capelli ricci neri-lunghi- lunghi e neri…una tremenda combinazione. Solo allora lui si destò mosso da esseri più potenti che albergavano nascoste in tutte le sue estremità di quel non più nobile corpo. E si alzò nauseato e tremante… quella smorfia sfiorì fino al ghigno e davvero amici, lui lo aveva imparato ancora una volta…non ci sarebbe mai stato orrore al mondo da sorpassare la fredda crudeltà di questo sole di ghiaccio dinanzi a lui e di questa immensa notte simile al vecchio Caos in strada che li aspettava chissà poi da quanto.

La frenesia dapprima. Un sovrappensiero. L’immagine del momento di inestimabile splendore e la visione di quello che avrebbe di lì a poco fatto. La visione era un sovrappensiero, le azioni non la rappresentavano mai. Le dita volteggiavano nei colori e sulla tela e sulla pelle in un miasma morbido e carnale. Lui dipinse tutta la notte la pelle di lei e il quadro entrò nel qui e ora delle cose che esistono. Margot era raggiante, entusiasta ad ogni bacio, grata di ogni cicatrice. Ed era un dispendio che avrebbe pagato anche con la vita, con l’anima. L’arte e l’amore finirono all’unisono. Carezze grevi dei raggi di sole. Lui crollò sulle lacrime e il corpo soffice di lei perdeva calore.

Margot respirava piano, il sudore sembrava disarticolato e freddo, alzò con fatica l’attenzione al quadro.

Vagamente senza parole, non aveva più tatuaggi di termini, il suo corpo era liscio e pulito ma il quadro, la Margot del quadro era bellissima, coperta di scritte e significati che lei non ricordava più.

“E’ stupendo. Perché… non volevi?”

“”Ho amato così tanto e le ho dipinte tutte, volevo così tanto… tenerle.”

Brivido a sciami.

“Rimani almeno tu…”

“Eh..si…”

Era giunta l’ora. Ricordò che lo scopo era ottenuto e lei, non amava particolarmente i risvegli e gli addii.

Prese fiato e si sollevò liberando il suo nuovo corpo dalle lenzuola e passarono buoni minuti nel rivestirsi. Abbracciò come un cucciolo di cane il suo quadro e si avviò per l’uscita. Ma era strana, barcollava, indugiava e non capiva il perché.

Al corridoio comunque la curiosità ebbe la meglio, perfino sull’ultimo palpito. Scoprì una delle tante tele coperte di seta nera.

Donne. Bellissime. Vive nel quadro. Muovevano tutto solo respirando. E la fissavano insistenti risa.

Tremò con la mano aprendo la pesantissima maniglia e una luce le offuscò le idee.

Una scala e in fondo una luce bianca con delle ombre danzanti.

Laggiù le maschere continuavano le feste, la chiamavano… gridando tutti esilaranti di svenevoli turchesi.

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