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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

WALZER DELLE OMBRE Tratto dalla raccolta di racconti "Il grido della farfalla"



Forse eravamo giovani, forse solo stupidi e sognatori, magari gli illusi del qualcosa che cambia, sicuramente violenti. Ma per quello che stavamo per fare non ci sarebbe mai stato un aggettivo adeguato.

Guerra alle ombre...

La vita non valeva più niente, le risate tutte forzate, le lacrime troppo acide. E non era cosa solo mia, mia inteso come problema di un singolo, era una moria, una carestia di senso, buono o male che fosse.

Forse non avevamo altri svaghi, o magari così mi piace pensare, quello fosse il migliore.

Ogni settimana tentavamo.

Trip rimaneva in macchina, solita musica alta, sguardo fisso sul volante e labbra contratte con tremori degni di mix adrenalina e mescalina.

Il preferito.

Ball sudava e grugniva vistosamente, “…ma quando si va?” domandava senza intonazione, farlo o non farlo per lui era lo stesso.

Iniziava a piovere e non era male. Il mondo non si capiva più, i ghiacci si sarebbero sciolti entro dieci anni, questione di tempo ma la pioggia aveva sempre quello splendido suono di una vecchia canzone mai dimenticata.

I mari si sarebbero gonfiati fino a inghiottire tutto e le nuvole potevano non andarsene mai.

Cosa diventò quello che adesso non c'era più.

Mentre Syd assicurava il carrello alla canna, io aprivo il finestrino e vomitavo.

Quella stronza di Angie, troppa extredamina, i suoi tagli erano i migliori. Ammesso che uno volesse morire nello sballo.

La strada era buia, la città oscura, pochi passanti, il grigio era ovunque.

“Si va!” faceva Syd aprendo la portiera della Crow rigorosamente nera. “... e tu non te ne andare!” sibilò minaccioso a Trip. Immobile.

Meno tre due uno... evacuare l'anima, fuori Syd poi Ball... e io.

Nonostante la mole quel barattolo di grasso correva più di me, ero ultimo, come sempre correvo da ultimo. Questo cazzo di mondo era troppo allenato... per me.

Avevano già la maschera loro, ed io ansimavo cercando di infilarla... il ferro troppo pesante. La voglia di smettere, la speranza che questa volta fosse davvero l'ultima.

“Ognuno il suo!” gridava Syd per le scale. Non che ormai si contasse sull'effetto sorpresa, solo che l'entrata era ormai senza classe e poco scenica. Sapete… ero un affezionato sostenitore del bello e del drammatico... pazienza.

Le avevamo sempre scese e discese queste scale e nonostante ciò era inverosimile come un sogno. Per tutti. Potevo vederlo chiaramente nella faccia di Ball e negli sbuffi di Syd.

Quello in cui entrammo ancora era il palazzo. L'unico edificio che ricordavamo da sempre.

Il palazzo di casa nostra.

Angie abitava al primo piano, e hai bei tempi era un paradiso. Quando uscivi la sera, ti fermavi cinque minuti da lei, ordinavi un taglio e tempo record il tuo Personal World era pronto e compatto tra i tuoi palmi. Lo ingoiavi a secco e via... il game della notte iniziava. A volte al ritorno se pensavi di aver problemi di sonno dove potevi fermarti?

Da Angie... altro taglio e il sogno morbido continuava. Altre volte... beh… se eri proprio fortunato ti fermavi da lei per la notte.

Angie abitava al primo piano.

Angie.

L'abbiamo uccisa ancora due giorni fa.

Se n’è occupato Trip. Sapevo che non poteva reggere. A volte anche se tutto intorno a te crolla e si scioglie e insomma la merda arriva, avere ragione rimane sempre entusiasmante.

Ball stava al quinto... e aveva una madre di quelle grosse e premurose che lo ingozzava. Dicono che poi quel senso di fame te lo porti dietro per sempre, la scintilla famelica del sentirti amato.

Comunque Ball lo vedo buttarsi di peso contro la porta della sua vecchia casa e sparire nel buio. Syd continua a salire, le scale sembrano addirittura pulite. In questo posto tutto sembra... pulito.

“Pensi di arrivarci in cima!” Mi chiede quasi con premura mentre solo due piani ci dividono dal prossimo bivio.

“Sono motivato e allenato!”

“Bene fratello... fallo!” E l'ultima parola gli uscì secca.. un solo piano ci separava... poi rimanevo solo.

Syd rallentava quasi sempre prima di entrare nel suo vecchio appartamento.

Quando eravamo piccoli e il tempo delle fragole ancora lungo davanti a noi, Syd ed io ci divertivamo ad andare in cima e aspettare che qualcosa ci desse il motivo o la forza di oltrepassare quella ringhiera che separava cielo e terra e fare un bel salto.

Il fatto è che... non eravamo convinti... convinti di esistere. Esistere davvero.

La metaxetradina dà questi effetti.

Lo vedevo sparire nel buco della sua porta e gli chiedevo senza sosta perché.

“... perché non ci siamo mai buttati?”

Aspettavo una risposta diversa di uno spietato e triste...

“Alleluya!”

Mentre ero solo e salivo le scale, ottavo piano, contavo gli spari di sotto e pensavo a quanto fosse grande il mondo e quanto allo stesso tempo era piccolo e perfetto se non sapevi con precisione quello che stavi facendo.

Al nono piano avevo in testa la mia prima canzone... la conoscete voi per caso? E' una vecchia... e fa... niente è reale, mentre una foglia salta con il vento, niente è reale, una notte ho fatto un sogno bellissimo, ora quel sogno si è allontanato da me... niente è reale.

Al decimo piangevo e ridevo di gioia. In lontananza un grido e un colpo di pistola.

E se fosse l'ultima volta?

Undicesimo piano, la vista si chiudeva... respiravo ma non veniva su poi molto... pensavo a volontà e curiosità.

Le gambe stavano cedendo o era forse il famoso rilascio prima del gran salto?

La porta era aperta, uno spiraglio tagliava l'oscurità in due.

Alla finestra la tenda lasciava entrare il grigio da fuori.

Nel buio nero anche le sfumature apparvero raggianti.

Spari da sotto...

Un’ombra prese forma nel crepuscolo dell’interno di casa mia e alla finestra scostava ciocche di chiarore.

Alzai lentamente la mano con il ferro carico. Di nuovo.

“Niente è reale, vero?”

Conoscevo assai bene la voce che mi parlava. Era la mia... ma non usciva dalle labbra. Le mie erano serrate.

“Perché non muori?!”

“E tu perché vivi ancora con quella ridicola maschera nera?”

“Chi sei in realtà? Che cosa sta succedendo?”

“In realtà, io sono la tua ombra... ma non crederai davvero che sarò la tua ultima. Mio caro, abbiamo così tante ombre io e te, così tanti vuoti da colmare... sarebbe davvero troppo ridicolo sistemare la vita con la morte.”

“Che vuoi da me?”

“Capirti... anche perché tu sei l'ultimo. Tu sei il mio pupazzo e come ogni pupazzo pensi di essere vero. Ma non saprai mai davvero quello che voglio dirti se non salti anche tu.” “Io non ho bisogno di saltare!”

“Come no? Io sono l'ultimo tuo legame con questo sogno... se non te ne fossi accorto tu sei solo.”

“Solo?! I miei amici? Non li senti gli spari? Io non sono solo! Voi siete mostri! I miei amici...”

“Loro? Già loro... altre ombre. Sempre roba tua. Tu sei rimasto il solo...”

“Il solo?”

“Già, il solo che manca all'appello, l'ultima ruota del carro, la lettera omega... l'ultima foglia del vento... l'unico rimasto.”

“L'unico rimasto dove?”

“Qui! Sei l'ultimo essere rimasto in vita... noi tutti stiamo aspettando te, noi tutti, noi... le tue Ombre.”

La forma uguale a me spiegava la tenda. Il mondo era finito. In mano solo un pezzo di metallo ghiaccio.

L'ultimo baluardo del reale.

La ringhiera era così. Lasciarla non era la cosa più spaventosa. Le ombre di sotto, un esercito sterminato di ombre con braccia alzate al cielo ed io in alto, la musica di Trip ovunque.

Forse ero giovane, forse stupido e sognatore, magari l'ultimo illuso del qualcosa che cambia... ma per quello che stavo per fare non ci sarebbe mai stato un aggettivo adeguato.

Ultimo in questa vita... l'ultima foglia nera che si stacca dall'albero.

Il vento... e la foglia vola...finalmente.

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