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Roberto Frazzetta scrittore

 
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"You Speak My Morphine"




" La mia più grande paura è che, se ti lascio andare, tu mi raggiungerai nei miei sogni."

(Mark Sandman)



“Perché cazzo hai preso questa macchina?”

“Esattamente non lo so.”

“Rob, cazzo! Adesso come cazzo facciamo? Me lo dici?”

“Dire “cazzo” continuamente non farà riparare questa maledetta carretta.”

Patrick sbuffò e prese la scatola del tabacco dal taschino del gilet di pelle. Quel gesto mi fece

pensare al perché, per quale ragione, al come mai un biker fosse finito in panne dentro la mia

vecchia “Uno Bianca” e dedussi che sarebbe potuto essere uno dei segreti di Fatima.

La mia ragazza onirica.

Che stessi ancora sognando?

Il mio pensiero era per lei, la ragazza del sogno.

“Oh, sì, certo. Farsi una canna sulla Prenestina Nuova è sicuramente la cosa migliore.” Feci

ironico.

Il sarcasmo fu interrotto dal gesto nervoso della mano del motociclista, la minaccia ferma a

mezz’aria enfatizzava completamente la preoccupazione del momento.

“Come faremo ad arrivare al concerto?” chiese grattandosi le basette con la mano piena di

anelli.

“Vedrai, riusciremo a trovare una soluzione. Sono le 18 e 18. Ancora c’è tempo. Possiamo

risolvere, anche andandoci a piedi. Dopotutto...”

“Dopotutto cosa... è il 3 Luglio anno domini 1999, fa un caldo porco, potrebbe essere un

dilemma, che aggiunto alla macchina e a come faremo per tornare a casa, sono ben tre

problemi.”

“Beati a Huston che ne hanno solo uno.”

Rise.

“Sorvoliamo sul fatto che le birre sono tutte calde.”

“Scetate Vajo’.” Lo stereo di quella baracca Fiat funzionava pure male e Mannarino prese a

completare il quadro surreale di quel pomeriggio estivo con una voce ancora più roca.

Bastarono pochi tiri fumosi a rendere tutto ancora più onirico e surreale, un qualcosa che

occorreva per trovare lo scopo del nostro essere in quel momento presente. Uno sguardo

d’intesa e scendemmo. Lo stereo rimase a intonare le melodie nell’aria calda dell’asfalto e

iniziammo a camminare insieme in quel silenzio distratto. Due ragazzi camminano sulla strada

rovente, senza preoccupazioni solo con l’intenzione di arrivare al concerto.

Quando la musica tira...

Nella mia testa queste erano le prime righe di quel racconto. Eppure, c’era altro, avvertivo

qualcuno, una presenza dietro di noi. Che fosse la musica?

Il caldo rovente dell’asfalto, lo spostamento di aria delle sporadiche macchine che passavano e

le gocce di sudore sulle nostre fronti... tutto mi era avverso. Solo la sua presenza mi spingeva

ad altri passi.

Di tanto in tanto mi voltavo per sincerarmi. Fino a che un’automobile si fermò. Non era una

macchina che facilmente si poteva vedere in giro. Aveva uno stile assolutamente Usa.

“Tutto bene ragazzi?”

Tre uomini al suo interno.

“La nostra carretta ci ha abbandonato sul più bello. Stiamo andando a Palestrina.” Disse

battendomi sui riflessi il biker.

“Bella sfortuna. Vi diamo un passaggio noi.”Salimmo dietro. Il mio sguardo era un disco rotto sul “ teloavevodetto” e Patrick annuiva sorridendo e stringendo le labbra. “Grazie fratello che ci hai caricati. Io sono Rob.” Dissi al guidatore. “Di nulla... sono Mark... la mia è una deformazione che mi è rimasta dal vecchio lavoro. Facevo il tassista.” “Hai fatto anche il pescatore...” aggiunse l’amico lato guidatore. Disse di chiamarsi Dana. L’uomo dietro con noi era chiaramente un batterista. Osservai il ritmo con il quale batteva le dita sul sedile di pelle del guidatore e rimasi in silenzio. “Cosa andate a fare a Palestrina?” Patrick si sporse in avanti. “Andiamo a sentire un po’ di musica dal vivo. C’è un festival... “Nel nome del Rock”.” “Davvero? Siamo diretti lì anche noi.” “Io ci vado solo perché ho un appuntamento sotto il palco con una tipa.” “Wow... la storia si fa interessante, parlaci di lei.” “Non la conosco. La sogno... e basta, sempre in prossimità di un concerto. Cosa che capita spesso.” “Sempre quando non prendi le medicine.” Sfotte il Biker. “Adoro queste storie ricche di mistero.” Continuò il tassista. “Una ragazza rock... lei ti da appuntamento in sogno sotto il palco, mmm... io ci vedo una musica intrigante, qualcosa di caldo blues, rotondo come un culo sodo jazz e super sexy alla Rock. Di certo no roba grunge o peggio punk.” “Ah sul punk concordo appieno.” Sottolineò Dana. “A trovarla sta musica.” Dissi io. “Che ti ha detto nel sogno?” il tassista sembrò così tanto interessato, quindi continuai. “Roba strana... ha detto che voleva conoscermi e che avrebbe ascoltato musica con me.” “Eppure sembri un tipo rock, vero?” “Decisamente. Mamma mi ha cresciuto a pane e Aerosmith.” “Eppure segui questo sogno...” “Non è corretto dire che io segua questo sogno, piuttosto rincorro la... musica... in tutte le sue emanazioni.” “Soprattutto se in perizoma.” Sottolineò Patrick. La risata generale si accompagnò benissimo al momento di arrivo. La macchina USA era rigorosamente nera e non si addentrò minimamente nella coda destinata al parcheggio. Prese la via diretta verso i cancelli dell’entrata al Festival. Era tardi. Le note delle band irrompevano già nel sole fino a che il sole non sarebbe precipitato. E di lì a poco la morte non avrebbe avuto più dominio come nella poesia di Dylan Thomas, solo l’indomita musica. Arrivati al cancello, il mistero fu svelato. Patrick per poco non collassò dallo stupore. Eravamo nella macchina di una delle band. I bostoniani “Morphine”. Conobbi loro e la loro musica quella sera. Ci diedero dei pass speciali, e rimanemmo con loro fino a quando iniziarono i preparativi per la loro esibizione. “Con questo pass non avrai problemi a trovare la ragazza del sogno e ti dedicherò la mia canzone super sexy, bisogna sacrificare tutto per la... musica.” “Grazie Mark. La troverò... altrimenti mi raggiungerà solo nei sogni.” Dopo poco salirono sul palco. Magia allo stato puro. Mi guardavo intorno... aspettavo. I Morphine erano una miscela assolutamente innovativa. Creavano rock partendo da una base strumentale jazzistica e tenendo conto degli insegnamenti dell’ avanguardia musicale. ​

La coesione dei suoni. Nonostante la struttura “minimale” del complesso, i suoni si accavallavano e s’inseguivano in infiniti rivoli cosmici, avvolgendo il mio ascoltatore interiore dentro soffici lembi quasi come solo riuscivano intere orchestre da cinquanta e più elementi. Potenza della passione? Virtuosismo? Forse solo sentimenti. Le soffici frasi dello slide bass di Mark e la sua voce avvolgente si sposavano perfettamente alle note del sassofono di Dana. Sembravano due farfalle che s’inseguivano su un campo fiorito. La batteria era minimale e mai invadente. Jerome accompagna questi due virtuosi del sentimento. I Morphine, con uno stratagemma rubato al jazz, riuscirono a sopraffare il mio ascoltatore esigente e a sorprenderlo grazie a piccolezze armoniche che andavano a intaccare la struttura del brano senza mai stravolgerla: una voce sussurrata in crescendo, una nota di sassofono leggermente più decisa delle altre, un giro di basso ripetuto all’infinito ma sempre più accattivante. Lei arrivò prendendomi di sorpresa. Il contatto fece annullare tutto. Patrick non c’era più, solo l’ipnotica forza della musica dei Morphine e la ragazza del sogno. Mi prese per mano. Quel gesto aveva da sempre avuto un effetto dirompente sulla coltre protettiva del mio carattere. Una connessione potente che mi portava dentro il mio mondo autentico. Dentro la canzone, che s’intitolava

"The Saddest Song". Un uomo raccontava del ricordo di un amore da un cielo nuvoloso. “Ho fatto un incidente nella notte, due mondi hanno colliso, ma quando due mondi collidono nessuno sopravvive”. Non avevo mai sentito parole così profonde per descrivere il cosiddetto colpo di fulmine... e in quel preciso istante ebbi la forza per guardare negli occhi la ragazza. Era un amore irresponsabile, perso in suoni monotoni e quasi monosillabici. Mi fece riflettere come le melodie vocali andavano perfettamente a integrarsi al giro di basso. L’amore cantato da Sandman non era altro che l’argomento principe di una situazione raccontata da tre note di basso che descrivevano il luogo e il tempo in cui erano avvenuti i fatti. Ci abbracciammo. Senza nemmeno dirci una parola. Lei mi avvolse. Non esisteva altro. I Morphine stavano suonando per me. In " Have a Lucky Day" si dipinse, tramite poche note allungate a dismisura, l’atmosfera che avevo respirato nella peggior bettola del mondo. Le liriche crude nella loro formale perfezione, il baratro caotico di emozioni che prova un giocatore d’azzardo. “I giocatori vincono e i vincitori giocano, che tu abbia un giorno fortunato” "You Speak My Language". Me la persi nel bacio con la ragazza. E poi arrivò "You Look Like Rain", il pezzo. Mio. Coinvolgente e d’infinita classe. Riassumeva magistralmente il sentire di quell’attrazione fisica con quel corpo straniero seppur così conosciuto. “Posso dire che hai il gusto del cielo perché assomigli alla pioggia? ”Pioggia improvvisa in un cielo nuvoloso. Forse era proprio questa la metafora adatta a rappresentare le sensazioni che istantaneamente stavo provando, come quando si è attratti fisicamente da qualcuno. “Questa non è una canzone d’amore.” Pensai. Piuttosto era una delle canzoni più umane che la storia del rock annoveri. Ripresomi in un momento di lucidità, ero pronto per parlare con la mia bella sconosciuta onirica, dirle com’era possibile, qual era il suo nome e quando avremmo potuto rivederci. ​

Arrivò il momento della fine, dell’ultimo pezzo e Mark m’indicò dal palco e disse queste parole: “ Grazie Palestrina. È una serata bellissima, è bello stare qui e voglio dedicarvi una canzone super-sexy.” Le sue ultime parole. Poi furono delle successioni di secondi tremendi, Mark si accasciò a terra. Lo strumento a due corde produsse un suono stranamente aggraziato quando urtò con il pavimento del palco. Che cosa stava succedendo? La ragazza al mio fianco prese a piangere e cominciò a svanire. “Cazzo!” avrebbe detto Patrick. Ci furono subito i soccorsi per il cantante bassista, invano. Mark era morto, stroncato da un infarto fulminante. Lei mi lasciò solo. Il mondo intorno perse interesse, tutto stava svanendo sotto gli occhi. “Ma che fai? Ti addormi sopra i dischi?” fa Patrick. “Di solito capita con i libri... quelli noiosi.” L’asticella del giradischi si alza. “Non puoi capire cosa ho sognato.” “Tu mi preoccupi. Dai andiamo o facciamo tardi al concerto pure stavolta...” La mia attenzione va al singolare cuscino sul quale sono giaciuto tra le note. La copertina di “Good” dei Morphine. Un disco che si pone nel baricentro di un triangolo pericoloso, ai cui vertici si trovano il mio amato Rock, il misterioso Jazz e la musica d’avanguardia. Questo triangolo copre un’area spaziotemporale di cento e più anni di storia della musica. “Good” dura esattamente trentotto minuti e quattordici secondi. Il tempo giusto per sognare la...musica. Penso sempre ai Morphine quando aspetto la mia bella sotto i palchi. L’ho lasciata andare, spero che mi raggiunga nei sogni.



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