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Roberto Frazzetta scrittore

 
  • Roberto Frazzetta

ANCORA QUALCUNO NEL REGNO DEI SOGNATORI Tratto dal romanzo "Strane melodie"

Aggiornato il: 7 apr 2018



Come barche legate distrattamente ad un vecchio molo, ondeggiando i miei pensieri si lasciano andare, ed eccomi di nuovo nel misterioso limbo. Immagini scorrono veloci davanti cariche di suoni e sapori, sempre presente quella sensazione di non-essenza, non- partecipazione, quel non-esserci per niente e nessuno, stadio di totale annullamento.

Ora il mondo può aspettare, può sfuggirmi e farsi riprendere, prendermi in giro e ammirarmi, sono la follia allo stato puro, oppure sono niente.

Penso a parole insignificanti, respiri profondi e lamette infondo alla lingua.

Qui è finito tutto, non per esaurimento, delusione, o pura noia di ripetizione. È finito tutto perché la settimana scorsa, prima di questo inaspettato viaggio, fuga ultimo volo, mi sono svegliato a casa mia e non avevo la minima idea di chi fosse la tipa sdraiata al mio fianco, e quando sono andato in bagno e mi sono guardato allo specchio, ho scoperto che non avevo nemmeno la minima idea di chi fossi io, e mi è venuta una specie di paranoia, ho cominciato a sbattere la testa contro i muri come una farfalla notturna impazzita,mentre registravo la faccia impaurita di quella scema che è venuta a vedere cosa mi succedeva. Non ho mai provato in vita mia una paura così concentrata e intensa, estesa senza traccia di confini.

Un po’ come mi succedeva da piccolo…mi fisso a guardare un oggetto, a pensare al suo nome e di colpo comincia a trasformarsi, e a sembrare del tutto incomprensibile, e contagia tutto intorno di non-senso. Nessuna più vaga famigliarità.

Non so quale cacciatore suggerì di bere dalla stessa coppa appena deposta dalla preda, avendo cura di porre le labbra sullo stesso punto dell’orlo e naturalmente far si che se ne accorga.

Sensualità intensa ma sommessa e allusiva. Linguaggio dei gesti minimi anziché parole esplicite.

Lentamente tirai alle labbra il bicchiere, ma lo stato quasi ipnotico in qui mi trovavo amplificava l’intensità dei miei gesti, dandogli un carisma a me estraneo, o forse custodito gelosamente nell’anima. Una mano calda, morbida liquirizia, mi sfilò dalle mani il calice ancora pieno a metà, e con lo sguardo fisso nei miei occhi rapiti che dolcemente tornavano alla realtà mi fissava. Dissolto quel senso di non- approvazione del mondo.

Le sue labbra, sensuali fino all’inverosimile, stavano lì appoggiate nello stesso punto preciso dove secondi prima le mie avevano preso sollievo.

Era difficile non notarla, aveva quel modo sicuro di guardare, di respirare e sentirsi perfettamente a suo agio, anche in situazioni come quelle. Come al centro di un’immaginaria spirale di luce. Un profumo inebriante sprigionavano i suoi capelli intrecciati in tante corde nere, buie, invitavano a qualunque gesto estremo. Occhi neri, spilli tenebrosi disarmanti.

Quell’essenza proveniva dalle orecchie che ospitavano intensi orecchini, rendevano lei e tutto quello che le girava intorno più esotico che mai.

Sembrava di essere indietro rispetto a lei, nel bozzolo di estraneità come in una perfetta scusa, senza chiarezza per decidere quello che fare.

“Suona per me la prossima musica…”

“Come?”

“…suona come per scappare via, come non sentire il mondo. Pensi di riuscirci per me?”

“Per te? Penso proprio di si.”

Un ombra di malinconia affiorava dalla sua voce, malinconia e ricerca, ricerca e fermezza, non-scontata. La sua figura ora mi era più nitida che mai, nel momento in cui si voltò per posare quello che era stato il mio bicchiere, vidi la sua aura, mentre i residui del liquore oleoso, scivolavano giù imitando i miei umori. Un alone, acceso, splendente e sfaccettato multicolore che pulsava intorno a lei, sembrava quasi che ne fosse consapevole, e dopo essersi girata di nuovo verso i miei occhi assenti e osservatori, allungò la sua mano.

“Rachel”.

“Molto piacere, Vinni”

Riuscii solo a prenderle la mano, far aderire bene il mio palmo gelido al suo e dirle con voce rauca delle grandi occasioni da coma profondo.

“Un giorno io e te ci sposeremo, un giorno dal tramonto rosso porpora.” “Questo si che si chiama correre!” sorrideva con un aria maliziosa e furbetta, shakerata con ironia e sensualità.

“Mi piace molto la vostra musica, dicevo davvero prima, suona per me”, di nuovo quella sfumatura di tristezza nel filo della sua voce.

“Se lo faccio mi sposerai?”

“Diciamo che aumenta la probabilità di tenerti in considerazione.”

Sorrideva. Ancora le tenevo la mano, e dal palco Francesca gesticolava e mi mandava baci.

Riprendeva la musica.

Ebbi un momento di esitazione tra le sua mani, dolce attimo intriso di calore, luce, energia, odori penetranti. Adoravo quei momenti del tutto può accadere.

Il soffitto sembrava crollarmi sopra, e le pareti stringersi in corridoi surreali. La gente viveva intorno, e calpestava quella nebbia nera, pavimento.


Continua...

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